Che fifa... Il capo era venuto qui col solito passo silenzioso e ho abbassato in fretta e furia la finestra del blog. Penso che non se ne sia accorto.
martedì 1 giugno 2010
Per il capo la giornata di lavoro altrui comincia il giorno dell'assunzione e termina qualche anno dopo il licenziamento. La sua invece comincia in tarda mattinata, quando tutti gli altri lavorano già da almeno un'ora, e termina in tarda serata, quando i pochi presenti avrebbero già diritto ad almeno un paio d'ore di straordinario. Il capo non sa, o finge di non sapere, che l'orario “nove-diciotto” termina alle 18:00. Magari anche alle 18:10, 18:15, perfino 18:20. Il capo non sa, o finge di non sapere, che se si presenta alle 17:45 per comandarti una cosa che ti impegnerà almeno un'ora, cercherai in ogni modo di rinviarla al giorno successivo, quando sarai più riposato, più calmo, più pronto ad affrontarla. Il capo si meraviglia, o finge di meravigliarsi, che tu, con un piede già fuori dall'ufficio, ti rifiuti di affrontare un problema che richiede i serbatoi di tempo e pazienza pieni.
Se ti vedono per un solo momento distratto, sono tutti pronti a gridare in coro che loro si distraggono solo quando non c'è da lavorare. Questo è il meccanismo con cui nasce l'ipocrisia in ufficio: tutti sono pronti a scandalizzarsi di qualcuno e perciò tutti si sentono costretti a fingere di lavorare anche quando hanno bisogno di distrarsi per un attimo. L'ipocrisia deve essere probabilmente una delle figlie dell'aggressività e della prepotenza.
Quando mi sento stanco, mi dico sempre “resisti, resisti!” Però mi rendo conto che è diventato solo un modo per esprimere tra me e me un disagio che non passerà certo con una parolina magica. Infatti la formula magica “resisti, resisti” non funziona neppure se viene pronunciata dalle persone che più ami.
Non si tratta solo di scegliere le parole giuste al momento giusto. Si tratta anche di “creare” il momento giusto. Sa che qualcuno lo sta per criticare: perciò lo interrompe continuamente, cambia discorso, esalta le piccole cose e minimizza le grandi cose. Dato che è il capo, può sempre abbandonare la discussione in ogni momento (cosa che non possono fare i suoi sottoposti). Sa giocare un argomento solo quando ha la certezza di poter “vincere” nella discussione. Combattere con uno così abile nella dialettica è inutile: solo i fatti possono frenarlo. Ma anche per quelli ha un trucco: inveisce ancor prima di sapere i fatti, così ha sempre la scusa del non aver saputo per tempo, cioè che sarebbe tutta colpa della nostra lentezza.
La dialettica del capo è tale che riesce a lodare sé stesso per il lavoro che avrebbe fatto (in realtà non lo ha fatto lui), facendo sembrare che siano stati gli altri a lodarlo. Occorre esercitarsi per anni interi prima di raggiungere una simile abilità. Abilità dialettica che ammiro sempre, tranne quando viene utilizzata contro di me. Tutto il suo successo è costruito su tale abilità dialettica: è “esperto” perché sa vendere bene le proprie chiacchiere e il lavoro degli altri.
Il capo è quel genere di persone talmente abituate ad umiliare gli altri, che ha sempre pronto un argomento utile per umiliarti. Può darsi che dica, sorridendo, che ti limiti a una doccia alla settimana. Si giustificherà dicendo che scherzava, ma nel frattempo ti ha umiliato davanti a tutti, con quel trucco meschino. Se non sei capace di rispondere a tono, con uguale sorrisino e senza lasciarti guidare dai nervi, riuscirai solo ad aumentare il tuo livello di umiliazione.
Forse dovrei qualificarlo come un caso di mobbing. Ma all'origine di tale mobbing c'è un suo limite, una sua insicurezza. Un milione e mezzo di lavoratori italiani vittime del mobbing, secondo una stima ISPESL. In quel milione e mezzo ci sono anch'io. Ma credo di aver identificato la causa (la strana psicologia del capo) e credo pertanto di aver sviluppato qualche contromisura. Le mie “serafiche” risposte alle sue ansiosissime obiezioni mi faranno passare per un antipatico saccente. Forse anche per scansafatiche (ma qui tutti sanno che se il capo ti accusa di essere scansafatiche, probabilmente non lo sei). Qualche giorno fa ho visto in diretta un altro dei “sottoposti” agire allo stesso modo. Stava raccogliendo le sue cose per andare via senza accumulare troppo “straordinario non pagato”. Il capo pretende controlli, pretende mail, pretende verifiche. Quel “sottoposto” ha resistito alla tentazione di dire “sto andando via, proprio adesso vuoi tutte queste cose?” Ha preferito rimarcare l'inutilità di tutte quelle richieste, rispondendo con un ragionamento sintetico, sembrava quasi un elenco di scuse di chi ha fretta ma centravano bene le questioni. Quando lo vidi parlare così, mi dissi che anch'io dovevo continuare. Il capo assunse un'espressione infastidita, ma tacque per un secondo. In quel preziosissimo secondo di pausa il “sottoposto” infilò la porta dell'ufficio e andò via.
Il capo è sempre convinto che noi qui si perda tempo. Per qualcuno degli altri può essere anche vero, ma non può fare di tutta l'erba un fascio. Non si fida di me, nonostante tutti i risultati che grazie a me sono stati raggiunti. Non si fida di nessuno. Ma all'origine di questa sfiducia c'è solo la sua impellente necessità di sgridare chiunque non sia superiore a lui. Sembra rivalersi contro noi poveracci, come se volesse vendicarsi di qualcuno a cui non può dire di no. Accumula brutte figure col cliente per la propria incapacità e poi vuole rivalersi contro di noi poveracci che facciamo materialmente tutto il lavoro.
Il capo è tornato per urlare che stiamo perdendo tempo. Mentre ancora mi diceva che io non ho mandato la mail con gli aggiornamenti, seraficamente gli rispondevo che se non mi arriva la segnalazione (anche questa via mail) non posso mandare nessun aggiornamento. Lui continua a strepitare che stiamo perdendo tempo. Gli leggo gli orari della mail ricevuta e di quella che ho appena inviato: “Dodici e dodici; dodici e quindici; abbiamo perso tre minuti”. Lui non è contento e insiste che sto perdendo tempo. Rispondo candidamente ammettendo di aver perso ben tre minuti per leggere la segnalazione, scrivere le indicazioni e inviarla al cliente. Tre minuti.
Il capo si sveglia al mattino e decide che “qualcosa” non funziona. Subito comincia ad aggirarsi tra gli uffici a caccia di quel “qualcosa”, senza sapere cosa sarà. Giunge qui da me e urla che dal cliente non funziona niente. Con volto serafico e tanta pazienza gli spiego che dal cliente funziona quasi tutto, e che i problemi rimasti da risolvere sono banali. Lui ha una vaga idea di quali sono questi problemi, e grida nuovamente che quei problemi “banali” stanno bloccando tutto, perciò ha ragione lui. Un po' meno seraficamente gli spiego i passaggi intermedi, come quando si spiegano le moltiplicazioni a due cifre ad un bambino. Questo funziona, quest'altro va bene, questo pure funziona, quest'altro idem: occorre verificare solo un piccolo malfunzionamento. Non credo che abbia capito. Nella sua testa c'è solo l'immagine del cliente che urla (immagine di fantasia, poiché in realtà il cliente non sta affatto urlando).
Certe volte mi chiedo perché mai mi dia sempre fastidio l'autorità. Ma poi scopro sempre che il problema non è l'autorità, ma l'autoritarismo. O meglio, lo schiavismo. Chi ha dei sottoposti, ha dei doveri in più. Chi non sa obbedire, non è capace di comandare. L'ignorante che disprezza il lavoro che non comprende e che non ha mai fatto, non può comandare di fare quel lavoro. Un vero capo sa bene quanto siano preziosi i suoi sottoposti, anche i più umili e malridotti. Raramente ho avuto un capo che abbia almeno le qualità minime indispensabili per essere capo. Molto spesso ho avuto come capi degli ignoranti e arroganti che sono stati solo di ostacolo alla realizzazione degli obiettivi che dovevo raggiungere. La tentazione della disobbedienza e dell'anarchia (e l'implicito motto del “tanto meglio tanto peggio”) trova terreno fertile quando a comandare c'è un ignorante arrogante.
Il capo mi ha chiesto se io oggi non avessi niente da fare. Una domanda del genere viene sempre formulata come accusa. Devi rispondergli che sei oberato di lavoro, anche se non è vero. Devi essere anche sufficientemente fumoso da evitare di dargli appiglio per tornare dopo mezz'ora a chiedere se hai finito.
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