L'imbarbarimento di una società è un meccanismo lento e inesorabile. Figli maleducati si metteranno insieme per procreare altri figli ancor più maleducati (ed in quantità inferiore), i quali a loro volta si metteranno insieme per eventualmente procreare altri figli incivili (ed in quantità inferiore). Negli anni Cinquanta c'erano ancora le famiglie numerose. Si lavorava generalmente tutti, c'era generalmente assai poco sfascio. Negli anni Sessanta c'erano ancora famiglie ampie. Negli anni Settanta la media calò a due-tre figli. Negli anni Ottanta a uno-due figli. Negli anni Novanta ad un figlio. Negli ultimi anni il figlio, se proprio arriva, è generalmente artificiale: o per fabbricazione in struttura sanitaria, oppure perché utilizzato strumentalmente per ravvivare la coppia. La popolazione diminuisce e nel frattempo viene imbarbarita da un'educazione sempre più inesistente. I nuovi barbari, anzi, i nuovi “africani” (non importa di quale regione d'Italia), vivono solo di telefonini e discoteche, vivono solo di parassitismo e di rendita, vanno a scuola non per imparare ma per socializzare (e vogliono essere promossi senza studiare), vanno a lavorare non per produrre ma per socializzare (e vogliono lo stipendio senza faticare). Le ricchezze messe insieme dai loro nonni (che hanno lavorato sodo per una vita intera) vengono dilapidate e bruciate in poche stupidissime azioni barbariche. Tutto questo mentre una gravidanza su tre viene “interrotta” uccidendo il nascituro.
venerdì 12 novembre 2010
giovedì 11 novembre 2010
Ci risiamo: la solita ragazza che scrive la solita frase che contiene la solita espressione “fare l'amore”. Ma l'amore si “fa”? Dovrebbe dire “fare sesso” e invece, ipocritamente, dice “fare l'amore”. Inoltre: con centinaia di amici su Facebook che vedono ciò che scrivi, perché mai usi l'espressione “fare l'amore”? Stai insinuando qualcosa? Stai suggerendo che se qualcuno ti si propone per “fare l'amore”, c'è una possibilità che accetti? Visto che scrivi così, o sei una baldracca, o sei un'ingenua. O sei una baldracca perché insinui, oppure sei un'ingenua che non conosce il significato delle parole che usa. Eppure il termine “fare l'amore” è fin troppo conosciuto e usato, nella lingua italiana. Dunque sei solo una baldracca, che ama farsi riconoscere come tale (scrivendo sul “fare l'amore” nel tuo status, stai già provocando e insinuando), che pensa “io non sono una baldracca” solo perché hai deciso di dar poco peso alle critiche come questa che sto esprimendo adesso.
Eccole, le brave ragazze che vanno al mare con gli amici e mettono su Facebook le loro foto in costume da bagno in pose obbligatoriamente allegre e sexy. Al mattino al mare, al pomeriggio su Facebook. Donne dalla doppia morale: tutte pudiche e bigotte quando guardi quella scollatura, tutte sexy e provocanti quando vanno al mare. Ora che ho capito il trucco, non perdo più tempo a guardarle le gambe: vado a sfogliare il suo profilo Facebook. Mi divertirei tantissimo a commentare quelle foto come sul blog (evidenziando il vero bigottismo del nostro tempo, cioè quella “doppia morale” ipocrita e borghesotta), ma non posso permettermi di perdere gli amici. In quest'epoca di cafoni ipocriti, è vietato dire la pura e semplice verità.
mercoledì 10 novembre 2010
“Ma in soldoni?” Quante volte ho dovuto ripetere queste tre parole. Quante volte mi si parla per sottintesi. Quante volte si presume che io intuisca ciò che non si ha il coraggio di dirmi. “Comunque, è un no”. Sì, ma cosa significa materialmente questo? “La risposta definitiva è no”. Risposta a cosa? In soldoni, cosa mi stai dicendo? “Sei licenziato. L'azienda ha deciso che non può più sostenerti”. Azienda? Perché attribuisci all'azienda una decisione tua? Sostenermi? Perché parli come se fosse l'azienda (cioè tu) ad aver fatto fino ad oggi un favore a me, piuttosto che il contrario?
Mentre coprivi furiosamente la scollatura (che ho adocchiato per una frazione di secondo) ero tentato di dirti: ehi, miss spogliarello, sappi che posso benissimo guardare le tue foto su Facebook, dove sei molto più spogliata che adesso. Siamo “amici” su Facebook: hai accettato la mia “amicizia” senza controllare, tanto, con duemila “amicizie” Facebook, non puoi mica perdere tempo a domandarti se conosci già ogni nuovo Nome-Cognome-Foto che ti si presenta come “amico”. Comunque, grazie per le foto in cui sei così svestita. Con gli altri duemila tuoi “amici”, posso guardarti quando mi pare, comodamente, via internet. Quando qualcuno guarda la tua scollatura, come per un tic ti affretti subito a coprirla. Ma tanto c'è Facebook, dove si vede ben più della tua scollatura. Che tristezza queste donne ipocrite dalla “doppia morale”. Puritane e bigotte quando è inutile, baldracche quando è dannoso. Povere sceme.
Nella vita di tutti i giorni provano un fastidio terribile quando qualcuno guarda le parti del corpo che mettono in mostra. Cara miss spogliarello, se hai scelto di mostrare in pubblico quella scollatura, perché tenti di coprirla (più istericamente che pudicamente) quando cogli qualcuno che per una frazione di secondo la guarda? Ma non c'è problema: basta guardare le tue foto su Facebook. Lì sei in bikini, e si vede assai più che da questa scollatura che frettolosamente e furiosamente tenti di coprire. Che c'è? La tua morale ipocrita è essere bigotta in strada e libertina sulla spiaggia? La tua morale borghese è essere pudica in strada e baldracca su Facebook?
Uno dei miei sogni proibiti: passare una notte in albergo con una donna. Non per fare quel che pensate voi (ma sì, diciamo pure “non tanto”), ma per gustare il ronzio delle voci degli amici e dei colleghi il mattino dopo in ufficio. Le dicerie volano velocissime: basta fare di tutto per non farsi notare, che si viene immancabilmente notati. In questo misero mondo di sessualismo sfrenato, orgoglioso, esasperato, c'è una bigotteria sessistica che è l'opposto speculare (dunque uguale) della bigotteria puritana ipocrita borghese.
martedì 9 novembre 2010
Il nonno prende la cassetta degli attrezzi e la porta sulle scale. Deve, deve assolutamente mostrare la sua utilità. Anche se tutte le altre volte è sempre finita nei guai. Non se la sente di star lì a “fare il vecchietto”: avverte l'urgenza di dimostrare che è utile, che fa qualcosa di buono per tutti. Deve. Prende le pinze e comincia a forzare lentamente il gancio. Lui sì che ha la saggezza necessaria per questo tipo di lavoro: chiunque avrebbe agito subito con forza. Ma lui no, lui forza delicatamente, perché non vuole che si spezzi. Solo lui poteva fare un lavoro del genere: anzi, solo lui “doveva” farlo, perché sapeva che doveva farlo per mostrarsi utile. Un attimo dopo il gancio si spezza. La ruggine ha ceduto. I cardini sono inclinati, l'anta resterà sempre aperta. Mette un po' di nastro isolante verde (è l'unico che aveva! pazienza se stona col colore del muro!) che si stacca quasi subito per il peso dell'anta. Mette nastro e nastro con abbondanza, fino a sudare per lo sforzo. Finisce il rotolo del nastro. L'anta sembra reggere. Un attimo per rompere il gancio, un quarto d'ora di preparazione, un quarto d'ora per rimediare al danno fatto, tentando di non pensare a cosa farà l'umidità a quel nastro. Torna in casa, imprecando. La figlia non intuisce al volo e gli domanda, pensando di far cosa gradita: “allora, hai sistemato quel gancio?” Il nonnetto impreca qualcosa sull'utilità delle persone e si allontana, cercando di non pensare ai tempi in cui era giovane e gli anziani non avvertivano la necessità impellente di produrre qualcosa di elogiabile dalla società.
lunedì 8 novembre 2010
In maniera inversamente proporzionale alla propria tendenza ad assimilarsi alle bestie, gli uomini utilizzano gran parte del loro tempo per pensare ai gesti e alle parole necessari per recuperare punti agli occhi delle donne che gli interessano. Questo succede perché una delle più terribili armi di una donna è il considerarti antipatico. Per un nonnulla ti tolgono dieci, venti, cento punti-simpatia. Certe volte sembrano perdonarti e restituirti buona parte (mai tutti) i punti-simpatia che ti avevano decurtato sull'onda di qualche momentanea emozione che cinque minuti dopo non ricordano più. Ma anche quando ti perdonano per crimini che sono tali solo nei più remoti anfratti delle loro isterie, sei sempre a rischio di un nuovo e più grande salasso. Lo sto notando in particolare in un'amica che sebbene innamorata folle del suo fidanzato, non perde occasione per decurtargli punti in modo sottile e continuo. E' innamorata follemente di lui, ma non lo ama.
Una delle cose che più odio è dare il cattivo esempio. Non è una forma di perbenismo, ma di autodifesa. Non è un castrarsi, ma è un investimento. Da adolescente ebbi l'occasione per approfittare di una compagna di classe. Quando ero pronto a partire riflettei per una frazione di secondo: “se fa questo con me, poi si sentirà abilitata a farlo con chiunque”. Vidi scorrere davanti ai miei occhi i miei compagni di classe, animali dalle sembianze umane, bestie incapaci di cercare altro che sesso, partite di calcio, videogiochi. Mi parve di vedere anche tante altre bestie di tante altre classi, e di tante altre scuole. Da questo esercito di bestie mai sazie emerse uno dei più lerci proprio nel momento in cui la mia compagna di classe si sentiva più sola (o più in vena, o più annoiata, o con qualsiasi altra scusa buona per farle abbassare un po' le difese). Vidi come davanti ai miei occhi la scena in cui lei diceva tra sè e sè: “perché no? dopotutto l'ho già fatto una volta. Anzi, stavolta potrei provare qualcos'altro”. Un cattivo esempio vale spesso più di cento crimini concreti. Lasciai perdere e andai via, dispiaciuto di aver sprecato un'occasione per soddisfare il mio egoismo e anche con un senso di amarezza pensando al prossimo approfittatore, meno scrupoloso e più animale di me. Quest'ultima fobia, però, non riusciva a cancellare quello strano retrogusto di serenità che avvertivo dal profondo del cuore.
domenica 7 novembre 2010
Oggi è peggio che nel “1984” di Orwell. In quel romanzo si ipotizzavano macchine che capaci di fabbricare romanzi e canzoni. Oggi i cliché della narrativa e del cinema sono talmente standard e talmente prevedibili che è come se ci fossero davvero dei macchinari in funzione per creare le storie da propinare ai lettori e telespettatori. Nel romanzo di Orwell l'idea che le macchine fabbricavano romanzi e canzoni serviva a mostrare la disumanità della società. Oggi è peggio che in quel “1984”, anche senza quelle macchine (per adesso!) perché la società è disumanizzata anche più di allora. “Ma come, non guardi le partite della nazionale?” mi chiedeva un collega con espressione attonita. “Davvero non hai mai letto un libro di questi autori?” mi chiedeva basita la collega che aveva appena sciorinato un elenco di nomi che non avevo mai sentito prima (o forse avevo sentito e dimenticato un attimo dopo). “Ma allora che razza di musica ti piace?” mi sgridava un collega a cui incautamente avevo detto che nel campo musicale da troppo tempo regna la desolazione (è la pura verità, l'indicibile verità). Siamo messi peggio che nel “1984” di Orwell perché ciò che comandano le mode è legge, ciò che comanda quella legge viene accolto di cuore e con entusiasmo: in “1984”, almeno, erano imposizioni subite con rassegnazione, era entusiasmo ipocrita; oggi invece è entusiasmo convinto, scelgono dal menu preconfezionato per loro e con ciò sono convinti di essere liberi. Il peggior schiavo è quello che mentre vive come uno schiavo crede di non essere schiavo. Oggi è peggio che in “1984” di Orwell.
Anche stavolta mi sono innamorato di un personaggio di una serie televisiva. Da qualche anno a questa parte mi capita sempre più di rado perché ciò che viene trasmesso in TV è di una banalità sempre crescente, banalità che viene forgiata anche attraverso una pessima traduzione e recita dei dialoghi. Oggi, al più, ci si affeziona ad una serie. Oggi l'enigma è: “come andrà a finire”. Oggi il cruccio è: “faranno morire questo personaggio o faranno uscire uno che prenderà il suo posto per fare giustizia?” Oggi ci si interroga sulla trama, non sui personaggi. Ieri era possibile innamorarsi di un personaggio e di seguire la serie sceneggiata pensando ogni volta: come mi sarei comportato al suo posto? Cosa avrei fatto se fossi stato il suo uomo? Oggi non è più possibile affezionarsi o innamorarsi, perché è tutto un cliché di banalità, è tutto un cliché di immancabili baci, immancabili scene di sesso, immancabili lieto fine (o triste fine) che si possono prevedere fin dai primi minuti. Più è banale una trasmissione, più gente gonfierà il proprio ego pensando “ah, ho capito tutto”, e quindi più spettatori collezioneranno. Una volta si raccontavano storie, si raccontavano emozioni, si raccontava vita vissuta o storie realisticamente possibili. Oggi si raccontano banalità: oggi diventa sempre più raro potersi innamorare di un personaggio.
sabato 6 novembre 2010
Ecco un'altra donna troppo suscettibile e... capace di perdonarti solo quando vede regali. Anche questa è una sottile forma di prostituzione. Sottile e ipocrita: lei non si sente una baldracca perché non ha mai commerciato con quelle cose, però il suo rapporto con gli uomini è una continua compravendita di sentimenti. “Mi sento offesa: con che regalo intendi perdonarmi?” Un uomo come me non ha molto margine per contrattare il prezzo: o paga o perde l'amicizia. Donne del genere sono talvolta così ferrate in questo commercio di sentimenti che sono disposte a perdere tutte le amicizie pur di mantenere fisso il listino prezzi. Non voglio nemmeno aprire il discorso del saper perdonare di cuore: voglio solo biasimare quella suscettibilità artificiale su cui è fondato quel commercio di sentimenti che non è molto distante dal commercio del proprio corpo.
venerdì 5 novembre 2010
Quando un uomo si sente stanco, seccato, affaticato, frustrato, la prima idea che gli passa per la testa è il sesso. In realtà cerca la compagnia di una donna, cerca una donna che lo consoli (poiché un amico, anche grande amico, non basta), cerca una compagnia femminile che lo “completi”. Ma inevitabilmente, prima che alla delicatezza femminile (la vera delicatezza, quella che sa capire quale è il cruccio del suo uomo e sa rispondere in modo adeguato), l'uomo pensa al sesso. Sono convinto che storicamente non è mai stato così. Solo con la rivoluzione sessuale degli ultimi cinquant'anni l'uomo si è trasformato in bestia ordinariamente assetata di sesso: tant'è che si contenta del sesso virtuale, si contenta di parlare di sesso per ore intere senza annoiarsene mai, si sente importante e maschio solo se “dimostra” (più con parole e insinuazioni che con gesti concreti) di essere pronto a far sesso. Si sente solo e triste, e cerca il sesso: è lo stesso meccanismo per cui certe persone, quando avvertono malinconia, cominciano ad ingozzarsi. Mangiare (e ancor più il mangiar troppo) non è un rimedio alla malinconia, così come il sesso non è un rimedio alla solitudine, così come la droga non è il rimedio al mal di vivere. I mali dell'animo umano non si curano strapazzando il corpo con medicine, cibo, droghe, sesso.
giovedì 4 novembre 2010
La mia donna ideale? Difficile definirla. Quelli che in una considero difetti, in un'altra donna considero pregi. Il carattere è più importante del corpo, perché la donna non è solo un giocattolo sessuale. Voglio una donna anticonformista. Oggi il conformismo impone che le donne debbano essere un po' baldracche? Voglio una donna pulita, che non sia inquinata dal moralismo borghese ma non sia nemmeno inquinata dal libertinismo idiota donatoci dall'ultimo mezzo secolo di rivoluzione sessuale. Oggi la moda impone una figura di donna che è contemporaneamente preda e cacciatrice, che vuole apparire dolce (ed eventualmente pura) ma è maliziosa e vendicativa (ed eventualmente egocentrica). Desidero una donna normale, che sia capace di amarmi perché è già capace di non odiare se stessa. Nella misura in cui una donna odia se stessa, è incapace di amare un uomo. Le donne che odiano se stesse dovrebbero restare tutte zitelle (e infatti normalmente finiscono zitelle, anche se sono passate attraverso molti letti maschili).
mercoledì 3 novembre 2010
La rivoluzione sessuale anziché liberare la gente l'ha ingabbiata in schemi prefabbricati. Single? Sei un relitto. Fedele? Sei antiquato. Pudico? Sei bigotto. Gay? Sei all'avanguardia. L'oppressione sessuale è anzitutto verbale. Tanto baccano sull'omofobia, e siamo arrivati all'obbligo dell'eterofobia. Tanto baccano contro la morale bigotta borghese, e abbiamo ottenuto un libertinismo ipocrita e, a suo modo, altrettanto bigotto e altrettanto borghese. Odiavano (giustamente) la bigotteria e hanno rimediato con una sessualizzazione esasperata, sessualizzando perfino coloro che non hanno ancora l'età adulta (dove per “età adulta” voglio intendere l'età in cui si possono fare scelte ponderate ed equilibrate e non dettate dalle tempeste ormonali e dalle mode calate dall'alto). Odiavano il legalismo borghese ed hanno inventato un nuovo legalismo, ancora più borghese: quello le cui frasi cominciano con “ma che c'è di male?”
martedì 2 novembre 2010
A cena dall'amico sposato. Moglie nevrotica, bambini iperattivi. Impossibile parlare di qualsiasi cosa eccetto delle smancerie di una mamma nevrotica. Se fossi cristiano penserei di aver fatto un'opera di bene: per una buona sera l'amico non ha avuto di fronte soltanto le nevrotiche ossessioni della propria moglie. Nemmeno per sogno gli suggerirei di divorziare, perché sarebbe come suggerire la ghigliottina a chi ha l'emicrania. Però mi dispiace per lui perché questo è il prezzo che si paga per aver voluto sposare una bella donna.
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