giovedì 31 marzo 2011

Sento in metropolitana uno che si dichiara “single per scelta”. Quando sento la parola “single per scelta” subito provo un senso di cameratismo: è certamente uno come me, mi dico, cioè uno che nonostante tutti gli sforzi fatti e le umiliazioni subite non ha ancora trovato la donna della sua vita e magari si innamora sempre della donna sbagliata. Però poi lui continua il suo discorso: è stato in galera, rissa, spaccio, lesioni a pubblico ufficiale. Questa cosa non mi scandalizza per niente. Tutti possiamo commettere stupidaggini (anche grosse stupidaggini, anche molto grosse) nel momento in cui abbiamo occasioni e mezzi per commetterle. Quello che mi dà fastidio è che lui ne parli come argomento di conversazione per mettersi in bella mostra con la prosperosa ragazzona che gli siede accanto. Ho temuto per lei. Ho temuto che lei cominciasse ad invaghirsi per uno che racconta quelle cose senza vergognarsene. Tutti sono capaci di sbagliare, avrei voluto urlargli, però solo i veri uomini sanno tacere, solo i veri uomini sanno vergognarsi dei propri errori, solo i veri uomini sanno far tesoro dei propri errori. Gli stupidi, invece, non se ne vergognano, non sanno tacerne, e anziché far tesoro se ne vantano per tentare di far colpo su qualche donna ingenua. La prosperosa ingenua, per fortuna, era più prosperosa che ingenua. Finge di abboccare, perfino racconta qualcosa di sé (come per dire: vedi? anche a me tocca andare in tribunale, ma per fortuna non in galera) e alla fine scende ad una fermata che forse non è la sua e scende senza dargli il numero di telefono. Ben gli sta. Se tutte le donne fossero così, il numero di idioti che si fanno di crack diminuirebbe drasticamente, gli idioti che si fanno di crack e poi si impegolano in risse e lesioni a pubblico ufficiale diminuirebbero drasticamente. La prosperosa gli ha dato una buona lezione, anche se motivata più dal timore di aver a che fare con uno sbandato che per vera convinzione di cuore. Ecco perché penso spesso che le donne abbiano parecchia responsabilità nel degrado degli uomini.

mercoledì 30 marzo 2011

Avevo un colloquio importante. Mi aspettavo tanto, veramente tanto. La sera prima mi accorsi che avevo un'indicibile nostalgia di una donna. Mi sentivo innamorato, mi sentivo pronto a dichiararmi a una donna e pronto persino a subirne le conseguenze (il più duro dei rifiuti). Ma mi rendevo conto che quella tempesta di emozioni era dettata dalla consapevolezza di avere un colloquio il giorno successivo. Alle dodici del giorno successivo sarei entrato in quello studio ed avrei potuto parlare liberamente: ma non avevo la più pallida idea di cosa avessero in programma per me. Potevano magari aver già deciso di spedirmi a quel paese in compagnia di una gran quantità di inutili chiacchiere (come è sempre avvenuto da quando lavoro qui). Potevano probabilmente aver deciso di darmi una possibilità, senza però avere seriamente intenzione di prendermi qualora io avessi superato la prova che mi avevano preparato. Più probabilmente potevano aver deciso di fingere che il mio caso stava loro a cuore... solo per potermi sfruttare come pedina di un più grande gioco, pedina sacrificabile nel momento in cui non servirà più. Forse è per tutti questi motivi che pensai ad alcune delle donne a me più care, senza trovare il coraggio (per fortuna!) di telefonare a nessuna di loro (nessuna avrebbe avuto piacere di essere trattata come animale da compagnia). Poi mi rigirai nel letto fino a notte fonda, pensando alternatamente a come impostare al meglio ciò che avrei detto nel colloquio, e a come impostare al meglio ciò che avrei detto a ciascuna di queste donne. Riuscii ad addormentarmi, ma vissi ugualmente una notte assai agitata. Il giorno dopo, alle 11:30, scoprii che c'era uno sciopero degli autoferrotranvieri. Non avevo nessuno che potesse darmi un passaggio. Tentai di telefonare per avvisare del ritardo (sperando che loro stessi rinviassero l'appuntamento), ma trovavo sempre occupato. Mi avviai a piedi (ma non ce l'avrei fatta neanche in due ore di cammino). Alle 13:05 finalmente il loro telefono squillò: rispose una segretaria che disse che erano tutti a pranzo, e che prima delle 14 non avrei trovato nessuno, e soprattutto che non c'erano comunicazioni per me. Lasciai un messaggio per scusarmi e mi incamminai sulla via del ritorno, ripensando alle mie donne e a tutti gli inutili discorsi che avrei fatto ad ognuna di loro per affermarmi innamorato di lei.

martedì 29 marzo 2011

Ci sono quelle volte in cui hai tanta voglia di lavorare, ma non appena ti metti a lavorare ti viene un mal di vivere di quelli che non sai come fuggire. Non sai come distrarti, non sai come riposarti, non sai come far passare quel mal di vivere. Peggio di un'emicrania.
L'eroe della serie vince sempre. Non sbaglia mai, e se sbaglia recupera immediatamente l'errore in maniera ancora più trionfale. Ha il colpo di fortuna al momento giusto, e se capita qualcosa di sfortunato è solo un problemino temporaneo che risolve in maniera brillante e trionfante. Come se non bastasse, le leggi della fisica, della probabilità, del buonsenso, sono sempre tutte a favore del suo trionfo. A volte si deroga tanto alla fisica, alla chimica e al buonsenso, che a noi telespettatori vien da sorridere. Ma insistiamo comunque a seguire quella stupida serie perché “vogliamo vincere”. Vogliamo sognare spinti da quelle immagini, da quei dialoghi, da quelle musichette, vogliamo sognare di vincere. Dopo i titoli di coda, infatti, torneremo nella vita reale, perdenti come sempre, nostalgici di qualcosa che non sappiamo cosa essere. Vogliamo “vincere”, e il telefilm ci dà una simulazione di un eterno “vincere”, ma la rappresentazione di un vincitore sempre trionfante non ci basterà a saziare la sete, così come la foto di un bicchier d'acqua non basta a placare la sete che hai d'estate.

lunedì 28 marzo 2011

Controllare un milione di volte al giorno la casella di posta elettronica nella speranzosa attesa che qualcuna delle vecchie amiche decida di invitarmi a passare un po' di tempo con lei. Un caffè, un gelato, un pranzo, una cena, anche solo due passi. La posta elettronica è mille volte migliore del telefonino: non crea imbarazzi, non costringe a recitare una parte, c'è tutto il tempo per decidere se dire di sì o dire di no, si può ignorare finché fa comodo... e poi è gratis. Non so perché, ma le donne lamentano sempre di aver pochi spiccioli di carica residua nel telefonino: non possono chiamarmi, non possono mandarmi messaggini: con la posta elettronica risparmieranno di sicuro...
C'era un tempo della nostra infanzia in cui le cose o erano vere o erano false. Ad un certo punto abbiamo perso quell'innocenza: fu quando aggiungemmo una sfumatura tra il vero e il falso. Più crescevamo e più aggiungevamo sfumature. Più si diventa adulti e più ci si adegua a sfumature e compromessi. Fino al punto in cui un mio capo mi dice una cosa che entrambi sappiamo essere falsa, ed entrambi sappiamo che io avrei finto di crederci, ed entrambi fingiamo che sia vera anche nel parlarne con i colleghi di lavoro. Un mondo fatto di menzogne, di finzioni, di ipocrisie, di maledette ipocrisie pianificate, programmate, eseguite, ricordate, menzionate, premiate.

venerdì 25 marzo 2011

Poche cose sono deprimenti quanto il seguire un telegiornale. Il telegiornale è il prodotto che rappresenta perfettamente la nostra epoca. Gli elementi che lo compongono vengono chiamati “notizie” ma in realtà sono o distorsione della realtà (per indurci a pensare ciò che fa comodo a qualcuno più in alto di noi), oppure pubblicità (per indurci a seguire una moda o a comprare prodotti). Perfino nel trattare fatti di cronaca (cioè per lo più fatti di sangue) lo schema resta uguale. Oggi ti seminano in cuore una preoccupazione, domani un'altra, poi un'altra ancora... vere e proprie campagne pubblicitarie, veri e propri strumenti di manipolazione del pensiero, con la differenza che tali “campagne” durano anche molti, moltissimi anni. Fino a far diventare normale ciò che era anormale, fino a far diventare ridicolo ciò che era serio, fino a far diventare accettabile ciò che era sempre stato inaccettabile. Se dovessimo scrivere un libro di storia, il telegiornale sarebbe l'esempio ideale per rappresentare la nostra epoca.

giovedì 24 marzo 2011

Non prendiamoci in giro: voi sapete cosa io penso quando vedo la vostra pubblicità, ed io so che voi mi fate vedere quelle cose proprio per farmi pensare in quel modo lì. La vostra pubblicità è la massima espressione dell'ipocrisia. Fingete di parlare del vostro prodotto, in realtà mostrate le curve della signorina. Avete sempre tentato di infilare nella mia testa il nome del vostro prodotto, ma quel nome mi è solo un riassunto delle curve della signorina. Quando vedo il vostro marchio io penso alla signorina e vado oltre. Non comprerò mai niente di vostro, perché l'unica cosa che mi interessa è la signorina. Che anzi non mi interessa neppure così tanto, visto che ha tutta l'aria di essere la solita donna disponibile a tutti quelli interessati a pagarle il prezzo pattuito.

mercoledì 23 marzo 2011

“Cos'è successo, cos'è successo?” Ma cosa vuoi che sia successo? Il grassone dice che io creo problemi. Quali problemi, vorrei saperlo anch'io, poiché lui non lavora qui ma è solo un conoscente del fanatico. Il fanatico è un conoscente del piedipiatti, e il piedipiatti è un mio conoscente. Qualcuno deve aver pensato che io, il fanatico e il piedipiatti, essendo stati nello stesso ufficio per qualche settimana, avremmo fatto comunella per lavorare meno: questa è già utopia, è già vocina insinuatrice di vecchie zitelle annoiate. Ora che siamo in tre luoghi diversi, il grassone parla di noi tre ad un emerito sconosciuto (che però ha a che fare con quest'azienda), al quale parla di un altro emerito sconosciuto (cioè parla di me) dicendo che io creerei problemi. Per un caso del tutto fortuito la faccenda è arrivata fino alle mie orecchie e mi ha fatto infuriare. Ma ti voglio pure autorizzare a pensare che creo problemi... ma però, basta, tienti per te le tue ridicole opinioni, chiuditi in quella testa vuota i tuoi ridicoli sogni, non andare spargendo in giro sospetti e insinuazioni. “Crea problemi”: due parole insignificanti, che hanno bisogno di lunghe e complesse spiegazioni. Invece, nella società di oggi, società di sospettosi e di diffidenti, società di permalosi e di suscettibili, basta dire “crea problemi” e magicamente si mettono in moto mille cose. Infatti, solo noi (pochi) che abbiamo buonsenso chiediamo “quali problemi?” Invece normalmente gli altri, al sentire le magiche parole “crea problemi”, anziché chiedere spiegazioni a chi ha insinuato la cosa vanno subito a scavare nei propri ricordi e nelle proprie fantasie qualche diceria o qualche parolina per scatenare il finimondo contro di me.

martedì 22 marzo 2011

Il primo giorno l'ospite chiedeva il permesso quasi perfino per respirare. Dopo una settimana aveva ancora gentilezza, ma si era ambientato. Dopo un mese faceva i suoi comodi senza ritegno. Dopo due mesi aveva da pretendere che gli fossero riservate le soluzioni migliori. Dopo tre mesi addirittura parlava di mandarci via: aveva dimenticato che l'ospite era lui e non noi.
Per le donne, come per gli uomini, sembra che l'infischiarsene delle proprie pulsioni sentimentali faccia diventare più desiderabili ai cuori altrui. Più una donna evita di cercarsi un uomo, e più sembra trovarne. Più sinceramente un uomo se ne infischia delle donne, e più occasioni di fidanzarsi gli capitano. Si rischia di diventare stupidi, si rischia di immaginare che un folletto malefico stia sempre lì a leggerci nella mente e a suggerire, ad ogni donna che ci fa battere il cuore, di ignorarci senza pietà. Non appena una donna ci si avvicina, proprio nel momento in cui pensiamo di aver buggerato il folletto, veniamo nuovamente respinti. In realtà non è questione di folletti (simili fantasie portano rapidamente all'esaurimento nervoso) ma è questione di intuito. Una donna generalmente si accorge subito dell'interesse che hai per lei. In una frazione di secondo tira le conseguenze, decidendo per un “no” ancor prima che tu possa aprir bocca. Altro che folletti dispettosi e malefici.

lunedì 21 marzo 2011

Sì, è proprio vero che “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Sono mesi che non vedo la collega cattolica. Dagli indizi che mi fecero capire che si era fidanzata, al suo trasferimento, al magone di intere settimane, e poi più nessuna notizia. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ripenso a lei di quando in quando. L'unica immagine che mi torna in mente è con quei capelli sbarazzini e quello sguardo che ti scioglie il cuore. Non avrebbe mai amato uno che si fingesse cattolico per piacerle: da questo punto di vista avevo un netto vantaggio sul collega dell'altra scrivania (che magari ora sta ancora rimuginando sul suo fallito tentativo di mostrarle una fede che non ha mai avuto), ma il vantaggio non è servito a nulla.
Ho un'angoscia per il Giappone pur non conoscendo nessun giapponese. La TV trasmette il loro dramma, sì, ma trasmette anche tutta un'assurda ansia, un continuo dolore. I giornali si fanno in quattro a chi manifesta la tragedia più grossa, a chi ventila l'ipotesi più tragica, a chi abusa di più delle parole “terremoto”, “tragedia”, “nucleare”, “catastrofe”. Lo tsunami arriverà qui tra quindici giorni, in forma di tragedia economica. Sarò sballottato tra i primi, visto che non ho difese economiche e lo stipendio mi basta appena a sopravvivere nella decenza. Paura per quel che ne sarà della mia vita, ma dolore per quel che già ne è per la vita dei giapponesi colpiti.
Detesto seguire i telegiornali. Mi uccidono l'animo. Dipingono alcuni come buoni, altri come cattivi, e poi ti chiedono da che parte stai. E tutti giù a stracciarsi le vesti a dire che stanno dalla parte dei buoni. Per cui se bisogna bombardare un paese (la Libia, o qualsivoglia altro), basta un'accurata campagna per mostrare chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Si può bombardare con o senza il favore dell'opinione pubblica. Si cerca il favore dell'opinione pubblica per banali motivi di marketing. Un quotidiano sedicente cattolico titolava: “pronti a colpire”. In prima pagina. “Colpire”, che eufemismo. Sul paginone dei cattolici moderati, cioè dei cattolici che stanno dalla parte dei “buoni” così come viene indicato dalla TV. E poi fanno la predica morale a me, che non mi sono schierato. Se non sto dalla parte dei buoni vuol dire che sono cattivo. La TV dice chi sono i buoni e chi sono i cattivi, e se non mi straccio le vesti sono cattivo, se non dico ipocritamente “pronti a colpire” sono cattivo. Miracoli del marketing.
C'erano i tempi in cui la frase “stasera c'è un bel film” mi dava una bella sensazione. Oggi invece quelle parole mi significano soltanto: “speriamo che riesca almeno a distrarmi un po', speriamo di riuscire a vederlo tutto, speriamo che non sia la solita selva di banalità”.

venerdì 18 marzo 2011

Tante volte nella vita ti trovi di fronte ad un bivio: sulla sinistra, continuare per la tua strada, sulla destra, lanciarti in qualcosa di nuovo che promette chissà cosa. Tante, tantissime volte scegliamo di andare a sinistra perché abbiamo paura di svoltare a destra, abbiamo paura che le acrobazie richieste dalla svolta siano faticose e uggiose e possibilmente destinate all'insuccesso. Come del resto è già avvenuto. Quante volte ci siamo preparati ad una svolta ed è fallita una delle necessarie precondizioni indispensabili! E quand'anche la svolta a destra avvenisse con successo, abbiamo sempre il timore di aver lasciato indietro (sulla via a sinistra) qualcosa di importante. Il bivio è sempre drammatico, perché qualunque strada si prende resta sempre il dubbio di aver sbagliato, resta sempre la paura del “ma dall'altra parte tutto era migliore”. Tentiamo di consolarci parlando come la volpe con l'uva, ma non convinciamo nè gli altri nè noi stessi.
Niente di gravissimo. Erano solo problemi informatici e (purtroppo) problemi di salute. Da oggi riprendo a bloggare.

martedì 8 marzo 2011

Si chiama “festa delle donne” ma in realtà bisogna chiamarla “festa delle oche”.
L'uccelletto era accovacciato al margine della strada. Lo osservavo dalla finestra. “Non arriverà a domani”, mi diceva la cinica collega. Per un ora restò fermo al suo posto, come se aspettasse pacificamente di spegnersi. Poi balzò sulle zampe e saltellò per qualche centimetro. Dopo un po' riprese a saltellare: l'ora di riposo stava facendo effetto. Balzò ancora, attraversando lo stradone che conduceva al parco: mancavano pochi metri ancora. Non poteva volare, ma poteva riposarsi sotto le foglie, forse poteva trovare cibo. Con lo sguardo e col pensiero lo avevo seguito, sognando che trovasse riparo, che trovasse qualcosa da mangiare, che trovasse addirittura qualcuno che si prendesse cura di lui, stanco e spaventato da tutto, dolorante fino all'ultima piuma. Una grossa vettura nera lo investì, schiacciandolo con un pneumatico: era l'uscita del parcheggio. Quando me ne accorsi, mi rifugiai nel bagno a piangere. Forse non avevo davvero bisogno di piangere, ma qualche lacrima per quel poveraccio era l'unica cosa che potevo dare. Lacrime che avrebbero fatto bene forse più a me che a lui.

lunedì 7 marzo 2011

Un mio conoscente si vanta di aver rifiutato un'offerta di lavoro. Mi dice che a causa dei suoi impegni personali non poteva garantire all'azienda la continuità che gli veniva richiesta. Sì, sei stato onesto, ma ogni volta che sento parlare di rifiuto di un'offerta di lavoro (per giunta con uno stipendio più del doppio del mio) mi viene il magone. Un magone incredibile. Rifiutano donne sinceramente innamorate, rifiutano assunzioni con stipendi più del doppio del mio, rifiutano occasioni preziosissime che a me non capitano mai. Mi viene un magone terribile.