mercoledì 17 ottobre 2012

Siccome la giustizia è ingiusta, allora le persone oneste tremano quando qualcuno le minaccia di portarle in tribunale; le persone disoneste, invece, se ne fanno un baffo delle azioni legali.

domenica 5 agosto 2012

Sto attraversando la hall dell'università. È estate, è sera, è penombra, pochi esseri umani in giro. Le scale mobili sono lì dietro. Ma cos'è questa? Una poltrona da ufficio. Con rotelle. Mi ci siedo, do una spinta, dopo qualche attimo sono accanto alle scale mobili. Freno il movimento con un ultimo colpo di piede, ruotando lentamente su me stesso per trecentosessanta gradi. Lei per la prima volta compare nella mia visuale. Mi alzo, e accosto la poltrona al muro: l'ho trovata fuori, l'ho lasciata fuori, che ci sarà di male? Ma le scale mobili possono attendere: lei mi fa un cenno con la testa per portare via la poltrona. Afferro la poltrona, più per dimostrare la buona volontà e risparmiarmi la predica, lei mi fa cenno di seguirla. Professoressa, o assistente, sulla trentina. Vestita di nero, con questo caldo. Pare quasi un vestito da strega, le mancano solo il cappello a punta e la scopa. Nel seguirla trovo una sedia, la raccoglie. Altra sedia, stavolta la raccolgo io prima che lei ci arrivi con la mano. Cavaliere sì, specialmente quando sento aria di guai. Forse è la fatica con sedia e poltrona a rendermi sono così silenzioso e così renitente a sfuggire? Finalmente entriamo nella saletta, con tutte le sedie uguali e ordinate a griglia, vuota sebbene sulla parete in fondo ci sia la proiezione di un film. Un film di quelli che si dimenticano già prima del The End finale. Le porte della saletta sono spalancate, lei mi fa cenno di sedermi. Confuso, mi siedo, al centro dell'ultima fila, sulla sedia che avevo portato io. Lei si siede accanto a me e fissando la proiezione in fondo comincia ad anticipare le battute del film. Lui è un pirata, lei è una piratessa, e si scambiano sarcasmi. La professoressa strega li indovina tutti: sembra voler provocare un mio commento. Le chiedo quante volte ha rivisto il film, e lei mi zittisce dicendo: solo 5-6 volte. Vorrei ricordare una battuta, una sola parola, ma non ci riesco: è un film visto e dimenticatissimo. Tranne che da lei. Mi giro verso di lei. Lei si gira verso di me senza fermarsi nel citare quel dialogo a memoria. Mi guarda negli occhi e mi dice: “allora perché non mi baci?” Un attimo, solo un interminabile attimo nel quale cercavo di capire cosa stesse succedendo. Solo un interminabile attimo, prima che la piratessa del film dicesse: “allora perché non mi baci?” Il pirata la bacia, e io invece sto ancora lì, fissando la mia assistente strega negli occhi. Ma prima che potessi decidere, il rumore della pioggia mi sveglia. Devo chiudere le finestre per evitare che si allaghi tutta casa. Pioggia, ad agosto? Era solo il fogliame tirato su da una rara brezza di vento. La donna del sogno, nella realtà, era vestita di bianco. Ieri, nel tardo pomeriggio. Scende da un autobus per prendere una linea diversa. La stessa che avrei preso io. Aveva stivaletti neri aperti (stivaletti ad agosto?), un vestitino-tutù bianco, orecchini rossi a forma di teschio stilizzato e un vistoso ciondolone egizio al collo, più d'impiccio che di glamour. Borsetta insignificante e scura. Occhiali di marca, piccoli, montatura nera aggressiva. E i capelli neri lucidi e annodati. Avrei voluto chiederle: chi sei e dove vai? Chi sei, che di sabato ad agosto esci così? Dove vai, con gli autobus, nelle ore più calde del giorno? È scesa una fermata prima di me. Andava verso il corso. Mentre l'autobus ripartiva la osservavo fermarsi un attimo ad una vetrina, e poi allontanarsi lentamente. Avrebbe perso un po' di tempo a fare finto-shopping, doveva avere un appuntamento ma si è presentata con largo anticipo. Non so se la rivedrò mai più. Così accuratamente vestita (tranne le unghie, smaltate di rosso ma un po' sbiancate sulle punte) e in giro alle sei di un caldissimo sabato sera agostano, avrebbe fatto ciò che intendeva raccontare alle amiche al ritorno a casa. Metodica, puntuale, elegante, un pochino aristocratica. Bassina, molto più della donna del sogno. Ma no, non poteva avere meno di 22-25 anni. Non la rivedrò più. L'orrore del turismo è che tutto ciò che vivi, e le persone che conosci, scompaiono in remoti ricordi e al massimo qualche fotografia presto sepolta nei meandri di un computer. Nel mio sogno lei non era bassina. Nel mio sogno lei mi diceva ciò che non osavo nemmeno desiderare: “allora perché non mi baci?” Proprio in quel momento in cui non avevo a portata di mano nessun “perché”, nessuna spiegazione, proprio in quel momento lei trasformava la mia vita partendo da uno stupido film. Proprio in quel momento mi sarei lasciato andare ad un bacio. Con una perfetta sconosciuta di cui non so neppure il nome, ma di cui pochi minuti di osservazione mi hanno fatto trepidare il cuore e caricarlo -come al solito- di malinconia e nostalgia.

giovedì 14 giugno 2012

La chiamavamo Linda. Forse era il suo vero nome. Chissà. Capelli alla maschietta, carattere forte e ruvido, femminilità in azione solo rare volte e solo in presenza di amiche. Ma si innamorò segretamente del più barbaro del gruppo, che per sentirsi uomo la maltrattava e la respingeva. Finché il giovane barbaro spese una parola di troppo - forse addirittura inavvertitamente - e la piantò. Lei ci rimase malissimo, pianse per una settimana (lo scoprimmo per caso dalla madre), e poi se ne fece una ragione e tornò sulla scena: aveva imparato il cinismo. Un giorno, non so come, delle bambine viziate la umiliarono. Brutto segno quando pensi che l'età maggiorenne ti renda inattaccabile dalle bambinate, e scopri che non è così. La trovai sulla piazzetta, in lacrime. Ricordo ancora quelle lacrime sfiorate dal sole, sarà stato giugno inoltrato. Era una delle rare volte che lasciava trasparire un sentimento che non fosse la rabbia. Non ho idea di cosa le avessero detto le perfide bimbette: ricordo solo che lì, alle quattro del pomeriggio, nella piazzetta deserta col solo rumore di qualche auto che passava di tanto in tanto, lei era lì a mendicare una spalla (metaforica) su cui piangere. Tentai di consolarla - fu una pessima idea ma involontariamente trovai le parole adatte per lei e le sputai fuori trecento al minuto. Non so come toccai il tasto giusto, io che non ci sapevo fare con le donne, io che non sapevo trattare il dolore (né quello sincero, né quello simulato, né quello d'abitudine), riuscii a fermare quelle lacrime prima che le attraversassero le guance. Ebbi la prontezza di riflessi di guardare altrove, più per timidezza che per cavalleria. Lei si asciugò le lacrime e andò via. E fu l'ultima volta che potei parlarle. Prima la vedevo tutti i fine settimana, ogni sabato e ogni domenica. Poi sparì dalla mia vita e non ebbi più notizie di lei. Da qualche giorno sono di nuovo su Facebook a spazzolare accuratamente tutti i vecchi contatti, e l'ho ritrovata. I lineamenti sono i suoi, ma è invecchiata molto, moltissimo, come se si fosse sposata e avesse avuto vari figli. I capelli sono quelli alla maschietta. Lavora in un gruppo di “animazione”, una di quelle stupidissime cose moderne per cui paghi perché qualcuno ti distragga con delle idiozie. Ha ancora quello sguardo ruvido e cinico. Sarei curioso di leggere nel suo diario segreto per capire cosa passò con quella delusione d'amore di cui oggi magari ha solo un remoto e confuso ricordo.

mercoledì 14 marzo 2012

Per la prima volta da quando ho aperto il blog ho smesso di scrivere per alcuni giorni. Il fatto è che sto attraversando ciò che comunemente viene chiamato “brutto periodo”, cioè quando ai guai si sommano altri guai imprevisti e improvvisi. Non è che mi mancava il tempo: mi mancava la voglia di scrivere. Per la prima volta scopro che non posso lamentarmi sul blog neppure in termini generici.

mercoledì 7 marzo 2012

Prima o poi questo freddaccio cane finirà. D'inverno aspetto l'estate, d'estate aspetto l'inverno. 365 giorni all'anno passati o aspettando che arrivino le vacanze o aspettando il temuto momento in cui, rientrato a lavorare, vengo nuovamente messo sotto torchio. Ma si può vivere senza lo stress del “domani”?

martedì 6 marzo 2012

Una delle cose massimamente irritanti? Il capo-capetto che si presenta alle 10:45 in ufficio e inveisce contro coloro che sono entrati alle 9:30 piuttosto che alle 9. Poi, mentre sta ancora inveendo, va a prendersi il suo caffettuccio. Se siamo fortunati, lo vedremo rifarsi vivo verso le 16:15 per dire: “vado via, ci vediamo domani, fatemi trovare tutto pronto! OK?” In compenso sembra quasi non fare pausa pranzo (e quando la fa, sta sempre e comunque a parlare di lavoro). Dunque, in condizioni veramente ottimali, mentre pretende almeno otto ore da noi, lui ne lavora al massimo sei e mezza.

lunedì 5 marzo 2012

Esistono persone la cui sola presenza fisica nel raggio di cento metri equivale a darti un pugno dello stomaco. La sola presenza fisica ti mette ansia, ti mette in pre-allarme, ti mette fretta e fatica, ti accende tutti i meccanismi di difesa (invenzione di scuse, preparazione di frasi di circostanza, riepilogo di espressioni verbali e fisiche della categoria “evasive”).

venerdì 2 marzo 2012

Tra le caratteristiche tipiche degli schiavisti si distingue quella del cambiare improvvisamente discorso. Provate ad immaginare cosa significa, nel bel mezzo di una discussione sulle antiche filosofie orientali, sentirsi chiedere a bruciapelo la dimostrazione di un teorema di matematica superiore. Mentre state ancora riprendendo i sensi e cambiando l'impostazione del vostro cervello da “orientali” a “matematica”, all'improvviso esige il vostro assenso ad una questione di politiche sociali. Mentre state ancora impostando il vostro dizionario da “matematica” a “politica”, vi ferma per chiedervi conto dei dettagli storici di una guerricciola ottocentesca che non avevate mai sentito nominare prima. Dietro tutto questo, ancor prima del desiderio di farvi apparire imbecilli, distratti e impreparati, cova solo l'ansia. L'ansia del capo-capetto che non appena sente che una discussione (ossia il terreno fertile dove esercitare la propria insulsa vanteria, la propria manifestazione di predominio) sta per terminare, immediatamente ne avvia un'altra, pescando a caso tra gli argomenti meno gettonati, meno interessanti e meno pertinenti. Pretendendo, da voi, una risposta adeguata a nutrire la sua boria. Per il capo-capetto conta solo manifestare (autoritaristicamente) il suo predominio, il suo status di persona importante, indispensabile, incaricata di dare ordini casuali (ma all'apparenza intelligenti) e di esigere che vengano rapidamente e perfettamente eseguiti.
Era una bellissima donna... mi aveva fatto venire i brividi di emozione... fino al momento in cui mi sono accorto che era costellata di pezzi di ferro. Un orecchino sotto la bocca. Uno al naso. Svariati sulle orecchie. Che assurdo abisso tra quel volto apparentemente acqua e sapone, e quelle protuberanze metalliche. Che assurdo, che assurdo.

giovedì 1 marzo 2012

C'era ancora bisogno di dimostrarlo? Il capo-capetto si lascia sfuggire una cosa tipo: “mi stavo per comportare come un dipendente, da coglione”.
Quella stupidissima musichetta che ronza ogni giorno nelle nostre orecchie... la suoneria del telefonino del capo-capetto, esimio spostatore di pedine umane sulle virtualissime (ed enormi) scacchiere delle sue ansie.

mercoledì 29 febbraio 2012

“Questa cosa deve essere prioritaria su tutto”, annuncia tronfio il capo-capetto. “Tu, lascia quello e lavora su questo; tu, lascia quell'altro e lavora anche tu su questo”. Siamo pedine su una scacchiera, spostabili a piacimento, all'improvviso, senza altro motivo che l'ansia del capo-capetto. “Tu, qui! Tu, di nuovo qui! Tu, cerca quell'altro! Tu, concludi questo e quello!” Il nuovo schiavismo. Un capo-capetto funge da padrone, e noialtri siamo schiavi per garantirci il tozzo di pane. Il nuovo schiavismo.

martedì 28 febbraio 2012

Sono ansioso, ma l'ansia mi resta tutta dentro. I capi e i capetti sono altrettanto ansiosi, ma sanno scaricare i frutti della loro ansia su noialtri. L'ansia non fa parte del lavoro: andrebbe conteggiata tra le malattie professionali, se solo si potesse misurare e diagnosticare prima che diventi incontrollabile.

lunedì 27 febbraio 2012

Avere un blog su cui segretamente scrivere che il capo (anzi: il capetto) batterebbe tutti i record di castronerie, diminuisce incredibilmente la pressione sui nervi. Diminuisce di poco, ma in modo comunque efficace.

venerdì 24 febbraio 2012

Quanto detesto vedere donne che parlano in modo volgare. Anche quando lo fanno in chat, nascoste da uno pseudonimo. Ma tanto si sa che le “donne in chat” sono per la maggior parte uomini che fingono di essere donne solo per provare qualche (noiosa) ebbrezza extra.
Stavolta toccava a me parlare col cliente. Il cliente mi imbottisce di paroloni, pretendendo un mio assenso. Ingenuamente -sono debole, a volte mi scappa- ho detto non so quale verbo al futuro, alla prima persona plurale, qualcosa come: “certo, analizzeremo”: in quel momento si sono girati tutti a guardarmi, con occhi torvi, uno sguardo di accusa, pronti a gridare: “come ti sei permesso”, “sei stato ingenuo e noi dovremo pagarne le conseguenze”, “volevi sentirti un grande?”

giovedì 23 febbraio 2012

Uno dei pochi argomenti che il capo usa per intrattenere i dipendenti uomini, batte sempre sullo stesso tasto: in tale azienda sono riuscito a portarmi a letto una insospettabile, da tale cliente mi son portato a letto una volta l'una e una volta l'altra delle donne presenti in zona di caccia, eccetera. Non si accorge che quando parla in tal modo ci fa capire che vende chiacchiere. Come le vende ai clienti (chiacchiere vuote, spacconerie, “faremo, vedremo, sapremo”), allo stesso modo le sta vendendo a noi. Chiacchiere. Lui distribuisce chiacchiere, ma da noi vuole i fatti. Vende al cliente una soluzione che esiste solo nella sua fantasia (e noi dobbiamo far diventare “fatti” quelle disastrate e sconclusionate fantasie), e allo stesso modo vende a noi la descrizione, variabile ma sempre uguale, delle sue fantasie erotiche (se fosse vero un decimo di quel che dice, significherebbe che le donne che lavorano in azienda sono tutte puttane a buon mercato).

mercoledì 22 febbraio 2012

Il capo non sa sorridere. Ride svaccato, ma non sa sorridere. Non sa essere umano. Vive ossessionato dal suo lavoro (che gli garantisce un ricco stipendio anche quando commette errori grossolani). Non sa “prendere con filosofia” le frenate, non si sazia mai delle accelerazioni, parla come se tutto il mondo gli stesse presentando una valanga di miracolose occasioni commerciali che per colpa di noialtri (che materialmente produciamo la ricchezza dell'azienda) non si riesce a sfruttare.

martedì 21 febbraio 2012

Quando uno ha voglia di scappare, per prima cosa corre su internet a guardare le fughe impossibili: vacanze dall'altro capo del pianeta, mezzi di trasporto costosissimi per andare lontanissimi, sistemi per diventare eremiti autosufficienti e telefonicamente irreperibili... Internet ti aiuta a sognare, ma sei sempre come in un dormiveglia, sempre pronto ad essere svegliato all'improvviso dalle fastidiosissime e inutilissime esigenze di qualche capetto in vena di dimostrare a noialtri (popolino basso e maltrattable, sebbene “fatturante”), chi comanda qui dentro.

lunedì 20 febbraio 2012

In un'azienda esistono sostanzialmente due categorie di lavoratori: il personale “fatturante” (ossia quello che materialmente produce e che oggettivamente fa guadagnare l'azienda), ed il personale “non fatturante” (ossia quello che serve a tutto tranne che a produrre materialmente ricchezza per l'azienda). Una segretaria potrebbe anche essere utilissima, ma il suo lavoro non “fabbrica” realmente ricchezza per l'azienda. Un capo potrebbe anche essere indispensabile, ma il suo lavoro non “fabbrica” vera ricchezza. Dico tutto questo pensando a quanto “impegnativo” sia il lavoro della segretaria, ossia quanto costano all'azienda le segretarie e quanto oggettivamente siano indispensabile. Stesso discorso per capi e capetti. Un esercito di “non fatturanti” che potrebbe essere facilmente e rapidamente “dimagrito”, con grande vantaggio per l'azienda e grande sollievo per noialtri “fatturanti”. Sarebbe come avere un parco veicoli, di cui i furgoni “fatturanti” sfruttati fino all'ultima goccia, ed i costosi “non fatturanti” circolanti poco e per mansioni del tutto secondarie.