mercoledì 28 agosto 2013

Quando non scrivo sul blog è perché tanta acqua sta passando sotto i ponti. E tante scoperte nuove. E tanti guai nuovi. E tanti peli bianchi in più.

giovedì 16 maggio 2013

E poi vengono questi momenti in cui hai voglia di urlare “basta!” contro il mondo intero. Ma non servirebbe.

giovedì 9 maggio 2013

Quante volte nella mia vita avrei voluto dire “ti amo” ad una donna e non potevo. Glielo dicevo solo muovendo le labbra, senza voce, e solo quando lei mi era vicina ma non mi vedeva. E forse lei lo capiva benissimo ma continuava a rifiutarlo, pensando: “restiamo solo amici, anzi, è già troppo essere amici”. E poi dopo qualche tempo (settimane, giorni, o addirittura soltanto minuti) lei spariva dalla mia vita, per sua deliberata volontà o semplicemente per le circostanze. Donne che non posso più contattare perché tutte penserebbero che sentendomi solo, avrei preso a rimestare nell'agendina delle vecchie amiche a caccia di una ancora nubile e dalle scarse pretese. Maledetto galateo moderno.

lunedì 7 gennaio 2013

Fa freddo. Vorrei gridare che non è giusto che faccia freddo, un freddo tale da congelarmi i piedi. Ma nessuno mi ascolterebbe con vero interesse. Anche il 2013 è cominciato con le ingiustizie ma è un'epoca in cui tutti si sono abituati alle ingiustizie e si lamentano di faccende secondarie. Quando la benzina in pochi anni raddoppia di prezzo, in un paese civile ci sarebbe stata una rivoluzione. Qui tutto tace. Quando gli alimentari in pochi anni raddoppiano e triplicano di prezzo, in un paese normale ci sarebbe stata una rivoluzione e spargimento di sangue. Qui tutto tace. L'ultimo furore di piazza fu a piazzale Loreto. Ora che dobbiamo tirare la cinghia con cibo e riscaldamento, tutto tace. La gente scenderebbe in piazza solo se gli si toglie qualcosa di veramente vitale. Come le partite in tv, per esempio. Come la pornografia su internet, per esempio.

sabato 5 gennaio 2013

In altri tempi ho cercato la donna perfetta. Poi ho cercato una donna e basta. Poi ho cercato una donna imperfetta, cioè una qualsiasi che non sapesse oppormi un perfetto “no”. Poi non ho cercato più nulla. Essere single alla mia età è vergognoso (almeno nel ventunesimo secolo la pensano così). Ma non so più se questa vergogna abbia qualche rilevanza nella mia vita. So solo che ora c'è una donna interessata a me. Non mi ama perché non mi conosce. Ma è interessata ad amarmi, a volermi bene, è un amore che in effetti sta sbocciando da un calcolo. Abbiamo un età che non è più quella degli amorucci usa e getta, anche se perfino a ottant'anni troppa gente continua a funzionare così, usa e getta, amore, lavoro, famiglia, soldi, usa e getta, tutto usa e getta. Una donna interessata a me: ciò che ho realmente cercato per una vita intera e ora che ce l'ho mi sento a disagio.

Quando una persona pubblica sulla propria bacheca un'infinità di scemenze (gatti, frasi fatte, auguri, frasette da baci perugina, vignette cretine) cosa si può pensare? Ecco questa donna che ha sette anni meno di me (non mi sembra più un'infinità, starò diventando vecchio?) come il restante 99,9 per cento dei facebookiani, ha una bacheca in cui le tre parole più diffuse sono fortuna, rispetto, amore, come se la gente che si iscrive a Facebook avesse una inguaribile sfortuna, fosse perennemente calpestata e minacciata dagli altri, e avesse bisogno di ricordare all'universo che l'amore è importante. Questa donna è disperatamente a caccia di amore e si è fatta introdurre a me da un conoscente e vuole vedere mie foto comodamente dal suo profilo Facebook. In altri tempi avrei fatto salti di gioia. Ora non so cosa pensare.

Per la prima volta nella mia vita non sono più il cacciatore ma la preda. C'è una donna a cui interesso. Per la prima volta nella mia vita provo fastidio all'idea di stabilire un legame con una donna. Restare ancora single alla mia età? Di fronte a lei non so come comportarmi. In chat le avevo scritto -mentendo- che non ho Facebook. Lei mi ha detto di iscrivermi perché usa solo fb. Così ho creato una nuova iscrizione a fb con il mio cognome leggermente modificato, solo per restare in contatto con lei.

domenica 25 novembre 2012

Lei ha undici anni più di me. E un figlio di quattordici, o giù di lì, totalmente allergico alla scuola. Il figlio vuole lavorare, ma di questi tempi è dura. Non so se sia vedova o se sia divorziata. Non so molto di lei. Non so nemmeno se è vero quel poco che lei mi ha raccontato di sé (il dettaglio del figlio che vuol lavorare le sfuggì per caso: fino a un momento prima me la figuravo come una di quelle che invecchiano zitelle). Si era sempre lamentata di uomini che prima la corteggiano e poi svaniscono nel nulla, cosa che mi aveva fatto sospettare un suo handicap fisico. Per molti mesi era stata di compagnia. Entravo in facebook solo perché ero certo che c'era una donna con cui chiacchierare, poco importava che il suo profilo contenesse di lei solo una foto sfocata. Non mi sentivo (non mi sono mai sentito) innamorato di lei. Lei, invece, era sempre stata desiderosa di conoscermi, mi chiedeva sempre di incontrarci. Non le ho mai concesso il numero di telefono, non le ho mai detto con esattezza dove abito: prevedevo che prima o poi avrei potuto stancarmi di lei. Ora non ho più voglia di conoscerla. Non ho più voglia della sua compagnia. Mi sono stancato di lei. Ma non so come dirglielo. Non so quale scusa trovare per dirle “non voglio più parlarti”. C'è bisogno di scuse perché per una donna è assurdo sentirsi dire che non ci sono validissime ragioni per un distacco. Eppure l'uomo è fatto così.

mercoledì 17 ottobre 2012

Siccome la giustizia è ingiusta, allora le persone oneste tremano quando qualcuno le minaccia di portarle in tribunale; le persone disoneste, invece, se ne fanno un baffo delle azioni legali.

domenica 5 agosto 2012

Sto attraversando la hall dell'università. È estate, è sera, è penombra, pochi esseri umani in giro. Le scale mobili sono lì dietro. Ma cos'è questa? Una poltrona da ufficio. Con rotelle. Mi ci siedo, do una spinta, dopo qualche attimo sono accanto alle scale mobili. Freno il movimento con un ultimo colpo di piede, ruotando lentamente su me stesso per trecentosessanta gradi. Lei per la prima volta compare nella mia visuale. Mi alzo, e accosto la poltrona al muro: l'ho trovata fuori, l'ho lasciata fuori, che ci sarà di male? Ma le scale mobili possono attendere: lei mi fa un cenno con la testa per portare via la poltrona. Afferro la poltrona, più per dimostrare la buona volontà e risparmiarmi la predica, lei mi fa cenno di seguirla. Professoressa, o assistente, sulla trentina. Vestita di nero, con questo caldo. Pare quasi un vestito da strega, le mancano solo il cappello a punta e la scopa. Nel seguirla trovo una sedia, la raccoglie. Altra sedia, stavolta la raccolgo io prima che lei ci arrivi con la mano. Cavaliere sì, specialmente quando sento aria di guai. Forse è la fatica con sedia e poltrona a rendermi sono così silenzioso e così renitente a sfuggire? Finalmente entriamo nella saletta, con tutte le sedie uguali e ordinate a griglia, vuota sebbene sulla parete in fondo ci sia la proiezione di un film. Un film di quelli che si dimenticano già prima del The End finale. Le porte della saletta sono spalancate, lei mi fa cenno di sedermi. Confuso, mi siedo, al centro dell'ultima fila, sulla sedia che avevo portato io. Lei si siede accanto a me e fissando la proiezione in fondo comincia ad anticipare le battute del film. Lui è un pirata, lei è una piratessa, e si scambiano sarcasmi. La professoressa strega li indovina tutti: sembra voler provocare un mio commento. Le chiedo quante volte ha rivisto il film, e lei mi zittisce dicendo: solo 5-6 volte. Vorrei ricordare una battuta, una sola parola, ma non ci riesco: è un film visto e dimenticatissimo. Tranne che da lei. Mi giro verso di lei. Lei si gira verso di me senza fermarsi nel citare quel dialogo a memoria. Mi guarda negli occhi e mi dice: “allora perché non mi baci?” Un attimo, solo un interminabile attimo nel quale cercavo di capire cosa stesse succedendo. Solo un interminabile attimo, prima che la piratessa del film dicesse: “allora perché non mi baci?” Il pirata la bacia, e io invece sto ancora lì, fissando la mia assistente strega negli occhi. Ma prima che potessi decidere, il rumore della pioggia mi sveglia. Devo chiudere le finestre per evitare che si allaghi tutta casa. Pioggia, ad agosto? Era solo il fogliame tirato su da una rara brezza di vento. La donna del sogno, nella realtà, era vestita di bianco. Ieri, nel tardo pomeriggio. Scende da un autobus per prendere una linea diversa. La stessa che avrei preso io. Aveva stivaletti neri aperti (stivaletti ad agosto?), un vestitino-tutù bianco, orecchini rossi a forma di teschio stilizzato e un vistoso ciondolone egizio al collo, più d'impiccio che di glamour. Borsetta insignificante e scura. Occhiali di marca, piccoli, montatura nera aggressiva. E i capelli neri lucidi e annodati. Avrei voluto chiederle: chi sei e dove vai? Chi sei, che di sabato ad agosto esci così? Dove vai, con gli autobus, nelle ore più calde del giorno? È scesa una fermata prima di me. Andava verso il corso. Mentre l'autobus ripartiva la osservavo fermarsi un attimo ad una vetrina, e poi allontanarsi lentamente. Avrebbe perso un po' di tempo a fare finto-shopping, doveva avere un appuntamento ma si è presentata con largo anticipo. Non so se la rivedrò mai più. Così accuratamente vestita (tranne le unghie, smaltate di rosso ma un po' sbiancate sulle punte) e in giro alle sei di un caldissimo sabato sera agostano, avrebbe fatto ciò che intendeva raccontare alle amiche al ritorno a casa. Metodica, puntuale, elegante, un pochino aristocratica. Bassina, molto più della donna del sogno. Ma no, non poteva avere meno di 22-25 anni. Non la rivedrò più. L'orrore del turismo è che tutto ciò che vivi, e le persone che conosci, scompaiono in remoti ricordi e al massimo qualche fotografia presto sepolta nei meandri di un computer. Nel mio sogno lei non era bassina. Nel mio sogno lei mi diceva ciò che non osavo nemmeno desiderare: “allora perché non mi baci?” Proprio in quel momento in cui non avevo a portata di mano nessun “perché”, nessuna spiegazione, proprio in quel momento lei trasformava la mia vita partendo da uno stupido film. Proprio in quel momento mi sarei lasciato andare ad un bacio. Con una perfetta sconosciuta di cui non so neppure il nome, ma di cui pochi minuti di osservazione mi hanno fatto trepidare il cuore e caricarlo -come al solito- di malinconia e nostalgia.

giovedì 14 giugno 2012

La chiamavamo Linda. Forse era il suo vero nome. Chissà. Capelli alla maschietta, carattere forte e ruvido, femminilità in azione solo rare volte e solo in presenza di amiche. Ma si innamorò segretamente del più barbaro del gruppo, che per sentirsi uomo la maltrattava e la respingeva. Finché il giovane barbaro spese una parola di troppo - forse addirittura inavvertitamente - e la piantò. Lei ci rimase malissimo, pianse per una settimana (lo scoprimmo per caso dalla madre), e poi se ne fece una ragione e tornò sulla scena: aveva imparato il cinismo. Un giorno, non so come, delle bambine viziate la umiliarono. Brutto segno quando pensi che l'età maggiorenne ti renda inattaccabile dalle bambinate, e scopri che non è così. La trovai sulla piazzetta, in lacrime. Ricordo ancora quelle lacrime sfiorate dal sole, sarà stato giugno inoltrato. Era una delle rare volte che lasciava trasparire un sentimento che non fosse la rabbia. Non ho idea di cosa le avessero detto le perfide bimbette: ricordo solo che lì, alle quattro del pomeriggio, nella piazzetta deserta col solo rumore di qualche auto che passava di tanto in tanto, lei era lì a mendicare una spalla (metaforica) su cui piangere. Tentai di consolarla - fu una pessima idea ma involontariamente trovai le parole adatte per lei e le sputai fuori trecento al minuto. Non so come toccai il tasto giusto, io che non ci sapevo fare con le donne, io che non sapevo trattare il dolore (né quello sincero, né quello simulato, né quello d'abitudine), riuscii a fermare quelle lacrime prima che le attraversassero le guance. Ebbi la prontezza di riflessi di guardare altrove, più per timidezza che per cavalleria. Lei si asciugò le lacrime e andò via. E fu l'ultima volta che potei parlarle. Prima la vedevo tutti i fine settimana, ogni sabato e ogni domenica. Poi sparì dalla mia vita e non ebbi più notizie di lei. Da qualche giorno sono di nuovo su Facebook a spazzolare accuratamente tutti i vecchi contatti, e l'ho ritrovata. I lineamenti sono i suoi, ma è invecchiata molto, moltissimo, come se si fosse sposata e avesse avuto vari figli. I capelli sono quelli alla maschietta. Lavora in un gruppo di “animazione”, una di quelle stupidissime cose moderne per cui paghi perché qualcuno ti distragga con delle idiozie. Ha ancora quello sguardo ruvido e cinico. Sarei curioso di leggere nel suo diario segreto per capire cosa passò con quella delusione d'amore di cui oggi magari ha solo un remoto e confuso ricordo.

mercoledì 14 marzo 2012

Per la prima volta da quando ho aperto il blog ho smesso di scrivere per alcuni giorni. Il fatto è che sto attraversando ciò che comunemente viene chiamato “brutto periodo”, cioè quando ai guai si sommano altri guai imprevisti e improvvisi. Non è che mi mancava il tempo: mi mancava la voglia di scrivere. Per la prima volta scopro che non posso lamentarmi sul blog neppure in termini generici.

mercoledì 7 marzo 2012

Prima o poi questo freddaccio cane finirà. D'inverno aspetto l'estate, d'estate aspetto l'inverno. 365 giorni all'anno passati o aspettando che arrivino le vacanze o aspettando il temuto momento in cui, rientrato a lavorare, vengo nuovamente messo sotto torchio. Ma si può vivere senza lo stress del “domani”?

martedì 6 marzo 2012

Una delle cose massimamente irritanti? Il capo-capetto che si presenta alle 10:45 in ufficio e inveisce contro coloro che sono entrati alle 9:30 piuttosto che alle 9. Poi, mentre sta ancora inveendo, va a prendersi il suo caffettuccio. Se siamo fortunati, lo vedremo rifarsi vivo verso le 16:15 per dire: “vado via, ci vediamo domani, fatemi trovare tutto pronto! OK?” In compenso sembra quasi non fare pausa pranzo (e quando la fa, sta sempre e comunque a parlare di lavoro). Dunque, in condizioni veramente ottimali, mentre pretende almeno otto ore da noi, lui ne lavora al massimo sei e mezza.

lunedì 5 marzo 2012

Esistono persone la cui sola presenza fisica nel raggio di cento metri equivale a darti un pugno dello stomaco. La sola presenza fisica ti mette ansia, ti mette in pre-allarme, ti mette fretta e fatica, ti accende tutti i meccanismi di difesa (invenzione di scuse, preparazione di frasi di circostanza, riepilogo di espressioni verbali e fisiche della categoria “evasive”).

venerdì 2 marzo 2012

Tra le caratteristiche tipiche degli schiavisti si distingue quella del cambiare improvvisamente discorso. Provate ad immaginare cosa significa, nel bel mezzo di una discussione sulle antiche filosofie orientali, sentirsi chiedere a bruciapelo la dimostrazione di un teorema di matematica superiore. Mentre state ancora riprendendo i sensi e cambiando l'impostazione del vostro cervello da “orientali” a “matematica”, all'improvviso esige il vostro assenso ad una questione di politiche sociali. Mentre state ancora impostando il vostro dizionario da “matematica” a “politica”, vi ferma per chiedervi conto dei dettagli storici di una guerricciola ottocentesca che non avevate mai sentito nominare prima. Dietro tutto questo, ancor prima del desiderio di farvi apparire imbecilli, distratti e impreparati, cova solo l'ansia. L'ansia del capo-capetto che non appena sente che una discussione (ossia il terreno fertile dove esercitare la propria insulsa vanteria, la propria manifestazione di predominio) sta per terminare, immediatamente ne avvia un'altra, pescando a caso tra gli argomenti meno gettonati, meno interessanti e meno pertinenti. Pretendendo, da voi, una risposta adeguata a nutrire la sua boria. Per il capo-capetto conta solo manifestare (autoritaristicamente) il suo predominio, il suo status di persona importante, indispensabile, incaricata di dare ordini casuali (ma all'apparenza intelligenti) e di esigere che vengano rapidamente e perfettamente eseguiti.
Era una bellissima donna... mi aveva fatto venire i brividi di emozione... fino al momento in cui mi sono accorto che era costellata di pezzi di ferro. Un orecchino sotto la bocca. Uno al naso. Svariati sulle orecchie. Che assurdo abisso tra quel volto apparentemente acqua e sapone, e quelle protuberanze metalliche. Che assurdo, che assurdo.

giovedì 1 marzo 2012

C'era ancora bisogno di dimostrarlo? Il capo-capetto si lascia sfuggire una cosa tipo: “mi stavo per comportare come un dipendente, da coglione”.
Quella stupidissima musichetta che ronza ogni giorno nelle nostre orecchie... la suoneria del telefonino del capo-capetto, esimio spostatore di pedine umane sulle virtualissime (ed enormi) scacchiere delle sue ansie.

mercoledì 29 febbraio 2012

“Questa cosa deve essere prioritaria su tutto”, annuncia tronfio il capo-capetto. “Tu, lascia quello e lavora su questo; tu, lascia quell'altro e lavora anche tu su questo”. Siamo pedine su una scacchiera, spostabili a piacimento, all'improvviso, senza altro motivo che l'ansia del capo-capetto. “Tu, qui! Tu, di nuovo qui! Tu, cerca quell'altro! Tu, concludi questo e quello!” Il nuovo schiavismo. Un capo-capetto funge da padrone, e noialtri siamo schiavi per garantirci il tozzo di pane. Il nuovo schiavismo.