Il prete declamò la bibbia: “vi libererò dalla mano dei malvagi, vi salverò dal pugno dei violenti”. Che belle parole. Peccato che siano al futuro. Nel presente, la mano dei malvagi è già tutta contro di me (e anche l'altra mano, e anche la loro voce, e anche le loro azioni, e anche i loro avvocati, malvagi come loro). Impossibile essere cristiani. La bibbia parla solo al futuro. I miei guai però sono nel presente, non soltanto nel futuro. Ci vuole qualcos'altro per poter accettare una promessa per il futuro. “Vi libererò”: sì, ma oggi? Purtroppo è oggi che i malvagi mi attaccano. Per fidarsi di una promessa al futuro ci vuole qualcosa di grosso nel presente. Altrimenti il cristianesimo è inutile, la bibbia è inutile, tutto è inutile.
martedì 15 febbraio 2011
lunedì 14 febbraio 2011
Preferiva quell'ipermercato perché completamente anonimo. Poteva portarsi a casa tanto di quell'alcool da farci il bagno per una settimana, e nessuno se ne sarebbe accorto. Ed era proprio sulla Statale che attraversava ogni venerdì sera. Nascondere tutto nel cofano e tornare a casa come se niente fosse. A mezzanotte, mentre tutti dormono, sarebbe tornato nel box. Avrebbe acceso la luce fioca del pannello attrezzi, e avrebbe portato le bottiglie sotto il telone nell'angolo. Magari stappandone una nel frattempo: sai, qui si può bere senza essere visti da nessuno. Bere da solo, al buio, mentre il freddo invade il box auto, fino a non sentire più la puzza di copertoni e di gas di scarico. La vecchia poltrona scolorita e strappata lo avrebbe ospitato quando l'alcool avrebbe preso il sopravvento. Il tempo di nascondere tutte le bottiglie (che non vada persa neppure una goccia di alcool!) e ritornare su, in casa, a smaltire la sbornia. Ma no, anche stavolta si era addormentato sulla poltrona sporca e puzzolente di piscio, circondato da bottiglie, e con la plafoniera del pannello attrezzi ancora accesa. Cercò qualche misera spiegazione da dare a se stesso per sentirsi orgoglioso di quel che aveva fatto, ma il puzzo di piscio impediva qualsiasi ragionamento, mentre la testa batteva come se dentro ci fosse qualche matto a martellarne le pareti.
“Questa è la volta buona”, si disse il videogiocatore accanito, “su, coraggio, questa è la volta buona” si disse per la milionesima volta. Delle figure colorate apparvero sullo schermo. Quante ore della sua vita vi aveva dedicato! Quante volte si era detto “la volta buona”, e invece non era mai stata buona. Non per questo aveva smesso di sperare. Al contrario, più andava buca e più insisteva. “Un'altra partita”, pensò cercando di non pensare, “solo un'altra e poi basta”, pensò come a bassa voce, come per non farsi sentire neppure da se stesso. “Questa potrebbe essere la volta buona, dai, almeno recuperare quanto abbiamo investito in questa giornata, dai...”
venerdì 11 febbraio 2011
Non riesco a smettere di pensare alla “cicciona che faceva la scimmietta”. In una chiacchierata goliardica con i colleghi di lavoro direi certamente che la detesto: è comunque vero che ho sempre detestato le donne sovrappeso. Provo compassione per lei? Un po', può darsi. Cosa provo per quella poveraccia che aveva avuto bisogno di bere alcoolici per poter mettersi in mostra? Voleva farsi notare da qualcuno senza essere costretta a pensare che la si nota solo per il suo peso, senza guardarsi sgomenta la pancia debordante dai jeans. Avevo capito il suo stato d'animo, per questo le ho sorriso. Avrà colto il sorriso e lo avrà conservato in cuore, seppure con la paura di scoprire un giorno che non era un sorriso di simpatia. La società impone modelli, comportamenti, ritmi, parole, impone tutto. Chi si discosta dalla media si ritrova ai margini. Alcuni fanno baccano ai margini, in modo da fingere di essere orgogliosi di essere emarginati, come la volpe e l'uva. Altri, molti altri, la maggioranza, soffrono. Come lei con i suoi chili di troppo. Come me con la mia solitudine. Quello scambio - la sua piroetta e il mio sorriso - dimostra che si può essere vivi senza sottostare alle imposizioni di questa società televisiva. Si può essere vivi e felici. Peccato non poterla avere di nuovo accanto. Sarebbe stato bello riuscire a conoscerla. Sarebbe stato bello, sarebbe stato bello, sarebbe... mi sento come un adolescente alla sua prima cotta.
Le tre amiche ciccione, probabilmente un po' ubriache, che saltellavano e ballavano nella metropolitana. Dev'essere triste, la solitudine. Dev'essere tanto triste l'essere scartate e umiliate per quei chili di troppo. Lancio uno sguardo involontariamente lungo (pochi decimi di secondo) ad una delle tre. Se ne accorge. La vedo appendersi ad uno dei sostegni, come una bambina scatenata (e temo per il sostegno, poco abituato ad un simile stress meccanico). Le accenno un sorriso. Ti sono vicino, vorrei esserti vicino, vorrei darti quelle coccole che pensi ti siano sempre state negate a causa di quei rotoli di lardo. So cosa provi: anch'io sono scartato e umiliato ogni giorno, per fattori tutto sommato secondari (aspetto fisico, condizione economica, e stupidate simili). Ti capisco, ti vorrei esprimere la mia solidarietà. Ti sei rifugiata nell'alcool come le tue coetanee ed ora ti senti meno inibita a danzare come una scimmietta. Il destino ci separerà: io scenderò qualche fermata dopo la tua. Non posso seguirti, non posso approcciarti, perché sei troppo giovane e penseresti a qualcosa di cattivo, qualcosa di sporco e morboso. Perciò ti saluto con un ultimo brevissimo sguardo, un ultimo brevissimo sorriso, augurandoti di trovare uno come me, uno che guarda prima al cuore e poi alla pancia, uno che desidera amare piuttosto che uno che desidera scopare, uno che sappia cosa significhi essere guardati con commiserazione o con sufficienza, che sappia cosa significa essere presi in giro e umiliati per una qualsiasi differenza dai Canoni Fondamentali della Bellezza. Chissà se ti rivedrò mai, in questa metropolitana dove scorrono interminabili fiumi di persone di ogni colore e di ogni forma.
giovedì 10 febbraio 2011
Il tarlo dell'invidia. Lui dice poche parole: ogni suo monosillabo cattura l'attenzione di tutte le colleghe. Io sono qui da anni e devo quasi chiedere il permesso, prima di aprir bocca, perché altrimenti nessuna si accorge di me. L'invidia, come fare a non invidiarlo? Lui è qui da pochi giorni, e tra qualche settimana non ci sarà più: ogni cosa che fa sembra grande e importante, ricevendo complimenti e congratulazioni. Eppure fa le cose che ho sempre fatto io, e (non lo dico per rabbia) le ho sempre fatte meglio di come le fa lui. Invidia, maledetta invidia: gli scappa una scureggia e tutti sorridono perdonandolo di cuore. Se fosse successo a me, mi avrebbero deriso e preso in giro, ostentando un rumoroso silenzio per dare maggiore umiliazione. Sono invidioso di lui, lo ammetto. Perché mai ha tanto successo? Cosa ha di speciale, a parte l'essere di passaggio per poche settimane? Queste persone con “un che di magnetico”, quanto le detesto.
mercoledì 9 febbraio 2011
La scoperta più agghiacciante: san Valentino era un prete. Cioè prima di essere san Valentino era don Valentino. Don Valentino proteggeva gli innamorati: più esattamente, si trattava di fidanzati cristiani che anelavano al matrimonio e che temevano la persecuzione. Quindi è una festa cristiana che riguarda cristiani che vivono cristianamente l'amore, il fidanzamento e il matrimonio. Con grande sprezzo del ridicolo oggi la festa di san Valentino è uno squallido mercato di regalini e pensierini: guai a chi non ottempera a tutti gli obblighi che la società (cioè la TV) impone. Per fortuna non sono fidanzato (in realtà la considero una sfortuna, ma il 14 febbraio la considero una fortuna). Nella “festa degli innamorati” tutti sono presi da una squallida frenesia di ottemperare agli obblighi e alle “tradizioni”, infischiandosene di don Valentino (che certamente non prescriveva ai fidanzati di cincischiare, pomiciare o scopare), nel terrore di essere rimproverati da chicchessia per il non aver adeguatamente “festeggiato”. Maledette feste del nulla. Fondate per giunta su feste cristiane.
Quando mi chiedono come vanno le cose non ho scelta: o mento dicendo “tutto bene” oppure dico la verità cercando di riassumere in poche parole tutte le ambiguità, le vessazioni, le incertezze sul futuro a cui sono soggetto. Ma la maggior fatica è nell'evitare di pronunciare le parole sarcastiche: “sei bravo a darmi consigli, proprio ciò che volevo da te”.
martedì 8 febbraio 2011
Mi dispiace veder andar via il collega contento: è stato qui solo poche settimane, cominciavo a sentirlo simpatico. Era sempre sereno, cosa che mi dava molto fastidio agli inizi. Non è uno di quelli che hanno stampato in faccia un sorriso più o meno ipocrita, no: sembrava normale. Mi dava fastidio perché sospettavo che avesse una vita più allegra della mia, con meno guai, più soldi, e una donna fedele al suo fianco. Sempre contento. Non so quanti guai abbia. Una donna non ce l'ha. I soldi però non sembrano mancargli. Non so se nei suoi panni io sarei ugualmente contento.
Da ragazzini si sogna la BG (beautiful girl), cioè la leggendaria ragazzina carina che si innamora di te a prima vista e ti resta fedele e attaccata per tutta la vita. La BG è la versione per maschi del PA (principe azzurro). Anche quando la ragazzina trova uno passabile per PA, a poco a poco si accorge che l'uomo ideale non esiste. A volte arrivano a 40, 50 anni di età e ancora sognano rispettivamente PA e BG. Strana la vita: ci innamoriamo di persone “ideali” e poi ci accorgiamo che non esistono. Specialmente quando insistiamo a considerare “ideale” una persona che fa di tutto per dimostrare di non esserlo. Le BG riveleranno un carattere da strega isterica e i PA riveleranno di essere peggio di maiali annoiati. In entrambi i casi bugie e ipocrisie completeranno il quadro.
lunedì 7 febbraio 2011
“Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d'orto”. Beato te che puoi meriggiare. Le arti, a cominciare dalla letteratura, sono per quelli che non hanno problemi economici. Noi della classe degli auto-sostentanti abbiamo come principale preoccupazione assicurarci vitto e alloggio. Lavoriamo allo scopo di coprire le nostre necessità più elementari. Con un parolone pomposo (“proletari”) venivano qualificati gli operai che avevano da nutrire la loro “prole”; io non ho né prole né moglie e devo lavorare sodo per mantenere (per fortuna) solo me stesso. Non ho tempo per “meriggiare”; d'altronde non ho un orto, ma solo un misero monolocale in affitto. Imparare a suonare il pianoforte e meriggiare pallido e assorto sono attività riservate a chi guadagna senza lavorare.
venerdì 4 febbraio 2011
Ci sono dei momenti in cui sei costretto dalle circostanze ad essere calmo e rilassato. Per fortuna in questi casi l'urgente bisogno di riposo aiuta molto. In momenti come quelli ti metti a riflettere sulla tua vita e ti accorgi di quanto siano stupide e insignificanti le cose che normalmente desideri. Ci si fa in quattro per andare a pranzo con lei, e poi? Venti minuti con lei, passati in un baretto anonimo parlando di cose insignificanti e spremendo le meningi alla ricerca di un argomento per essere un pochino più in confidenza che nel mese precedente. Quando si è da soli a riflettere rilassati e calmi, si prova orrore nel ripensare a tutta la fatica fatta per corteggiare una donna che se ne infischia di noi. Se ne è sempre infischiata. Se ne infischierà sempre di più, limitandosi a sfruttare i vantaggi della nostra mania di idolatrarla.
giovedì 3 febbraio 2011
In stazione il signorino baronetto chiese al capotreno dove si trovasse l'Alta Velocità. Il capotreno, quasi senza smettere di sfogliare le sue carte prima di rientrare sul locomotore, fa un cenno per indicare una direzione. Indicava in realtà il tabellone luminoso. L'Alta Velocità: il signorino baronetto chiede solo il massimo. Al signorino baronetto le Medie e Basse velocità danno il voltastomaco. Il signorino vuole solo l'Alta Velocità, e chiedeva dove si trovasse: aveva talmente bisogno dell'Alta Velocità da non aver tempo di guardarsi intorno per trovare il tabellone delle partenze. Ah, quanto è Alta l'Alta Velocità. Un treno che prende il nome da una sua caratteristica, un po' come nei film sulla mafia italoamericana i gangster si chiamano Smilzo, Tappo e Grasso. Il mito dell'Alta Velocità: per un biglietto che costa circa il triplo, ti garantiscono mezz'ora di viaggio in meno. Vale così tanto il tuo tempo, caro signorino baronetto?
Il freddo incattivisce. Chi non è perfettamente riparato contro il freddo diventa più cattivo e più cinico. A differenza del caldo, le temperature basse ti irrigidiscono anche la mente. D'inverno devo riscaldarmi come posso, senza usare stufe o termosifoni, perché dall'unico misero stipendio devono uscire già troppe spese incomprimibili (fitto, trasporti, luce, acqua e balzelli vari). Coprirsi con più lana, rintanarsi sotto le coperte, passare il maggior tempo possibile in ambienti climatizzati, diminuire al massimo gli spostamenti (specialmente quando piove). Il mio misero stipendio non è qualificato come soglia di povertà, ma allora perché vivo come un poveraccio? Ho un tetto, ho un letto, ho il pranzo e la cena, di che mi lamento? Il freddo mi incattivisce: questo è il sintomo principale del fatto che sto sul filo del rasoio, sul filo della povertà.
mercoledì 2 febbraio 2011
Esistono tante persone che vivono di obiettivi decisi al momento, in nome dei quali sono disposte a sacrificare tutto ciò che avevano scelto e amato in precedenza. Sembrano appassionarsi a qualcosa, e un mese dopo hanno già dimenticato tutto perché sono impegnate in qualcos'altro. Persone incapaci di avere ideali, incapaci di avere ricordi, incapaci di avere uno stesso desiderio per più di qualche mese. Se in un qualsiasi momento della loro vita tu ne fermassi una e le chiedessi: “per cosa hai lottato fino ad oggi?” Ti risponderebbe “mah, non so, questo, quest'altro, così come capitavano”. Così come capitavano.
martedì 1 febbraio 2011
Uno dei migliori modi per qualificarsi come ignoranti è dire ad una donna “questa canzone la dedico a te”. La canzone l'ha composta un altro. L'ha composta per venderla, non perché crede davvero in quel che canta. Anzi, gliel'hanno composta: un altro ha scritto il testo, un altro ha rivisto il testo, un altro ha corretto il testo, uno ha scritto la musica, un altro l'ha arrangiata, un altro ancora l'ha adattata... Quella canzone è un prodotto commerciale. Un prodotto preconfezionato, adattato per massimizzare la vendibilità. Interessa solo far soldi, non interessa che un provinciale qualsiasi “dedichi” ad una provinciale qualsiasi allo scopo di farsi bello. Interessava solo venderla il più possibile. Tu credi di essere romantico e seducente? Credi che lei si innamori di te perché le hai “dedicato” una canzone che non hai né composto né suonato né cantato né comprato? Credi che quelle parole della canzone, costruite su misura delle “donne medie che comprerebbero il compact disc”, possano sostituire ciò che hai in cuore e ciò che vorresti dire? Sei solo un povero provinciale, uno dei tanti sconosciuti delle più sperdute province della società. La donna non ti ha mandato dove meriti... ma soltanto per gentilezza (e per un po' di tristezza del non riuscire ad essere corteggiata in maniera più umana).
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