Quando mi sento in difficoltà penso sempre di aver sbagliato lavoro. Ma poi penso che qualsiasi lavoro sembra sbagliato se hai un datore di lavoro che ti considera un contenitore di una merce che lui pagherebbe al minor prezzo possibile e tratterebbe col minor riguardo possibile.
mercoledì 30 giugno 2010
Se qualcuno si annoia a leggere questo blog sappia che il capo non si annoia mai a cercare il pelo nell'uovo tra i suoi dipendenti. Chi considera merce il tuo lavoro, non si annoia mai di tentare di cavare sempre più merce ad un “prezzo” sempre più basso. Può essere noioso leggere questo blog. Ma posso assicurare che qui il lavoro è fatto così.
Da giovane, a scuola, avevo paura degli insegnanti. Interrogazione. Compito in classe. Ma tu non sapevi? Non hai studiato? Cosa hai fatto durante tutta la domenica? Qui al lavoro è quasi la stessa cosa. Controllo del capo. Ricontrollo. Ma tu non sapevi? Cosa hai fatto durante tutta la giornata? Ti avevo detto che doveva essere pronto per venerdì, e quando dico venerdì intendo venerdì mattina, non il giovedì successivo...
Il capo chiede sempre a che punto siamo. Chiede notizie che lo rassicurino. In questi casi il suo lavoro consiste nel rassicurare sé stesso. Ma non basta mai. Chiede di essere rassicurato ma non gli basta mai. Se rispettiamo le date, non è mai convinto. Se ritardiamo anche di un solo minuto rispetto ai suoi piani è un grosso guaio. Se anche terminassimo tutto il lavoro con un mese di anticipo, ci chiederebbe di ricontrollare tutto da cima a fondo, perché non sa mai avere fiducia in quello che facciamo Forse è proprio questo il vero problema. Dipendere da uno il cui lavoro consiste nell'aspettare che altri rispettino le date di consegna che lui ha deciso. E perciò consiste nello sgridarci, nel tartassarci, nel controllarci... Chi non ha imparato ad ubbidire non è capace di comandare. Chi non ha fatto una dura gavetta ricevendo ordini non è capace di darne. Chi non ha sperimentato il fastidio di sprecare le proprie energie per ubbidire ad un capo incompetente, non può essere capace di dare ordini e pianificare date di consegna e addirittura pretendere che siano rispettate.
martedì 29 giugno 2010
Giornata nera, andata malissimo. Non ho voglia neppure di lamentarmi o di fare il filosofo su quanto il lavoro sia nel mio caso una forma di schiavitù. Anche oggi ho acquisito nuovi motivi per pensare che il lavoro è una merce. Sono fortunato a non essere stato ancora sostituito da indiani o cinesi.
lunedì 28 giugno 2010
Un'amica esclama: in dieci anni le adolescenti sono cambiate da così a così. Dieci anni per una rivoluzione dei costumi. Dieci anni per azzerare un senso morale che dieci anni fa già non c'era più. In dieci anni la adolescente-tipo è diventata più scema, più vanitosa, più volgare, più stupida. L'esclamazione della mia amica (una donna solitamente poco attenta a queste cose) è un indizio (un altro, ennesimo, concreto indizio) che la società italiana è regredita alla barbarie ed avanza verso una peggior barbarie a grandi passi. L'Italia si sta “africanizzando”... e non è solo l'Italia meridionale ad “africanizzarsi”: che dire di questi giovani che vivono solo di cellulari, discoteche, pacchianerie di ogni genere? Come gli “africani” (l'aggettivo è utilizzato nel senso più dispregiativo e razzista possibile) che tirano a campare contentandosi di perline colorate e tatuaggi, di raduni tribali (discoteca), di una cultura ridotta a chiacchiere insignificanti a base di sesso o di sport, di legami che non durano mai più di pochi anni (con o senza matrimonio in mezzo) e soprattutto di istupidimento televisivo (“tronista”? cosa significava 5-10 anni fa questo termine? esisteva?)
Sono giorni che nella metropolitana non vedo nessuna delle mie donne. Avranno tutte cambiato orario? Cambiato abitudine? La loro sola presenza è una piacevole compagnia, anche se per quei pochi minuti di viaggio non ci vediamo nemmeno. Sapere che ci sono mi dà un senso di tranquillità. Sapere che anche una sola di loro è nella stessa vettura, mi rasserena. Mi sento come un bambino rassicurato dalla sola idea che da qualche parte in casa c'è la mamma pronta ad accorrere in caso di problemi. Il bambino non si sente solo anche se in quel momento non vede né sente la sua mamma.
venerdì 25 giugno 2010
Ti accorgi che una persona ti ha veramente colpito nel momento in cui desideri trovare modo di parlarle. Non importa quale sensazione ti ha dato. Fastidio, attrazione, ispirazione, intelligenza, emozione... non importa. Il dato di fatto è che ti ha colpito. Da ragazzo capii che per colpire i soliti borghesotti bastava dirsi fascista. Non sapevo neppure cosa fosse il fascismo: mi importava solo risvegliare le loro peggiori fantasie ed essere al centro della loro attenzione. Le loro stupide convenzioni prevedevano che al solo sentir nominare il fascismo dovessero reagire e dichiararsi contro. Più mi dichiaravo fascista e più ero al centro dell'attenzione di quegli adulti. Centellinavo quelle dichiarazioni di fede nel fascismo per non distruggere la mia gallina dalle uova d'oro. Desideravano parlare con me per convertirmi alla normalità (che secondo loro sarebbe l'antifascismo), e mettevano in gioco tutta la loro pazienza, cosa che non avrebbero mai fatto per nessun altro argomento di discussione.
Alla collega cattolica vorrei domandare in modo deciso: perché dovrebbe mai interessarmi la salvezza di cui parli? Sono sicuro che almeno il novanta per cento dei cattolici non saprebbe darmi una risposta sintetica quanto la domanda. Anzi: novantanove per cento. Per mortificare un cattolico, solitamente è sufficiente fargli una domanda del genere. Non c'è bisogno di argomentare come gli anticlericali, con quegli slogan che infastidiscono ma non mortificano. Per mortificarli infatti può già bastare l'incapacità di rispondere in modo sintetico ad una domanda sintetica. Mi domando quando avrò occasione di verificare se la collega cattolica fa parte di quell'un per cento o del rimanente novantanove.
Ho l'impressione che la collega cattolica sia considerata appetibile da diversi colleghi, forse perché è meno volgare delle altre colleghe: proprio adesso è appena passato uno a dire una stupidaggine per mettersi in mostra, stupidaggine a doppio senso con sottofondo cattolicheggiante. Hanno ragione. Una donna del genere non è di quelle che sono andate a letto con decine di uomini diversi (fra cui magari i tuoi amici e i tuoi colleghi): bisogna essere proprio stupidi per sposare (o anche soltanto convivere) con una donna così, perché quando la si guarda si avrà sempre il dubbio che lei stia pensando che il tal amante era stato più performante...
Il venerdì è quel giorno in cui uno ringrazia che sia venerdì e pensa alla lunga pausa (dal venerdì sera al lunedì mattina) in cui riposare la mente dallo stress del lavoro. Se non ci fosse questa pausa sarei tentato di odiare il mio lavoro. Già ora sono tentato, a causa di un datore di lavoro che è uno schiavista. Lavorare qui mi ha insegnato che il lavoro non è una merce come le altre. Me lo ha insegnato proprio perché qui è considerata una merce come le altre e ne vedo le conseguenze.
giovedì 24 giugno 2010
Certe volte sogno di fidanzarmi con una donna come quella. Sovrappeso e sulla sedia a rotelle. Amare una donna così non è particolarmente eroico. Significa, al contrario, che vuoi essere tutto suo, che vuoi alleviarle le sofferenze, vuoi mostrarle che il mondo non è fatto solo per le fotomodelle capaci di garantire il solito commercio sessuale. Significa che passeresti tempi lunghissimi nel carezzarla, nel pettinarla, nell'accompagnarla in giro anche per le più piccole ed insignificanti cose. Significa poterle dire, mentre a lei quasi scappa una lacrima, che “gli altri vogliono etichettarmi come un eroe solo perché faccio una cosa di cui non si sentono capaci, e cioè amarti così come sei”. Eppure: quale donna non desidererebbe essere amata così? Più sono vicine all'ideale di “velina” e più sono schiave dello schema “moderno”. La paralitica sovrappeso non ha altro da offrire che la propria sincerità (cioè la “merce” più difficilmente valutabile in questo mondo). Le altre, specialmente quelle che si dichiarano “brutte”, sanno di aver comunque qualcosa da “offrire”, gambe da mostrare, curve da esporre, intelligenza da sciorinare: dichiarano insomma di avere un prezzo. Che tristezza. Certe volte vien davvero quella strana malinconia del non essere ancora fidanzati con una donna che sul piatto della bilancia può mettere solo la merce più difficile da valutare: la propria semplicità, la propria sincerità. Si può vivere felici con una donna solo se c'è questo.
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