La rivoluzione sessuale anziché liberare la gente l'ha ingabbiata in schemi prefabbricati. Single? Sei un relitto. Fedele? Sei antiquato. Pudico? Sei bigotto. Gay? Sei all'avanguardia. L'oppressione sessuale è anzitutto verbale. Tanto baccano sull'omofobia, e siamo arrivati all'obbligo dell'eterofobia. Tanto baccano contro la morale bigotta borghese, e abbiamo ottenuto un libertinismo ipocrita e, a suo modo, altrettanto bigotto e altrettanto borghese. Odiavano (giustamente) la bigotteria e hanno rimediato con una sessualizzazione esasperata, sessualizzando perfino coloro che non hanno ancora l'età adulta (dove per “età adulta” voglio intendere l'età in cui si possono fare scelte ponderate ed equilibrate e non dettate dalle tempeste ormonali e dalle mode calate dall'alto). Odiavano il legalismo borghese ed hanno inventato un nuovo legalismo, ancora più borghese: quello le cui frasi cominciano con “ma che c'è di male?”
mercoledì 3 novembre 2010
martedì 2 novembre 2010
A cena dall'amico sposato. Moglie nevrotica, bambini iperattivi. Impossibile parlare di qualsiasi cosa eccetto delle smancerie di una mamma nevrotica. Se fossi cristiano penserei di aver fatto un'opera di bene: per una buona sera l'amico non ha avuto di fronte soltanto le nevrotiche ossessioni della propria moglie. Nemmeno per sogno gli suggerirei di divorziare, perché sarebbe come suggerire la ghigliottina a chi ha l'emicrania. Però mi dispiace per lui perché questo è il prezzo che si paga per aver voluto sposare una bella donna.
venerdì 29 ottobre 2010
L'allegra famigliola. Madre, padre, nonno, figlia unica e viziata. La figlia si sta esercitando nello sciorinare “discorsi da grande”. Risatine maliziose dei tre adulti: la figlia ha utilizzato una parola a doppio senso. In Italia, oggi, il secondo senso di un “doppio senso” è necessariamente sessuale. La figlia interpreta le risatine degli adulti come un gesto di approvazione. Si sente più adulta. Le risatine di quei tre le hanno appena insegnato che donna adulta significa baldracca (se non nelle azioni, baldracca almeno nelle parole, nelle intenzioni, nelle insinuazioni). Piccole baldracche crescono. E intanto una donna normale, che non abbia urgente bisogno di sbaldraccare quando parla, una donna semplice, che non abbia bisogno di complicare ogni discorso con allusioni, sottintesi e insinuazioni, una donna civile, non si trova più. Piccole baldracche crescono: dobbiamo ringraziare non solo la TV e la scuola, ma anche i genitori e i nonni.
giovedì 28 ottobre 2010
Vengono quei momenti in cui ti senti stremato e stanco al punto di far fatica perfino a star disteso su un letto, fatica perfino a respirare. Poi ti vien voglia di gridare “non è giusto! non è giusto”, e senti che per queste urla hai pronta la forza di un gigante. Ma poi ti rendi conto che non puoi urlare. Il mondo penserà che sei diventato pazzo? Ti deriderebbero tutti, e allora avresti perso l'ultima possibilità di vivere una vita normale. Queste frustrazioni servono a qualcosa: la fatica vera sta nel capire a cosa servono e perché ci sono. Gridare “non è giusto” non risolverebbe niente.
Questo racconto parla di uno scrittore che si accorge che i personaggi dei suoi primi romanzi hanno anticipato le crisi che stanno venendo a lui. Si sente come se avesse scritto la sua autobiografia anticipata: prima di incontrare la crisi, aveva già descritto come si sarebbe comportato, senza che ci fosse stata la volontà di mettere qualcosa della propria vita proprio in quei personaggi.
mercoledì 27 ottobre 2010
martedì 26 ottobre 2010
Sono innamorato di una scrittrice. Ho visto il suo volto sulla copertina di un libro e me ne sono innamorato a prima vista. Ho comprato il libro e, dicendomi che ero innamorato di lei, ho fatto perfino un grande sforzo per leggerlo. Il libro non era niente di eccezionale. Ci sono persone che hanno una piccola ispirazione che tentano di monetizzare per una vita intera. Ma spesso l'ispirazione dura poco: due o tre libri, due o tre canzoni, tutto il resto è noiosa ripetizione e remix del precedente. La mia scrittrice dev'essere una di queste persone e il libro doveva essere il “terzo” della serie, quello che ormai già non val più la pena di leggere. Però l'ho letto. L'ho letto anche per poterle parlare del suo libro: lei è su Facebook, ha perfino un indirizzo di posta elettronica. Vorrei corteggiarla, ma non ci vuol molto per capire che molti altri prima di me ci hanno già provato o ci stanno ancora provando. Non mi sarà impossibile riuscire ad incontrarla e parlarle: da Facebook vengo a sapere delle sue abitudini, dei posti che frequenta, di dove vive. Mi innamoro sempre della donna sbagliata. Sempre di quella che vive troppo lontano da qui. Sempre di quella che è fin troppo distratta da corteggiatori molto più ricchi e accaniti di me. E forse anche sempre di quella che pensa di essere una star e perciò anche se mi accettasse, finirei per essere alla pari (se non meno importante) del suo cane.
lunedì 25 ottobre 2010
Dopo tre stazioni sale sull'Intercity questo giovane con aria un po' intontita. Siede al suo posto davanti a me e tira fuori un pacchetto da cui sbucano fili da ogni parte. Lo pone accanto al finestrino e continua impacciato nel tentare di farlo funzionare. Assistevo alla scena di questo stravagante appassionato di elettronica cercando di indovinare quale piccola magia dovesse scaturire da quel groviglio di circuiti, quando l'anziana donna seduta accanto a me comincia a dire a voce insolitamente alta che in treno, per fortuna, c'è la polizia. Sembrava una che avesse avvertito minaccia di stupro immediato. La sua vicina, in un primo momento preoccupata del non fare la figura della provinciale, viene infettata presto dalla stessa ansia. Anche lei, a voce inspiegabilmente alta, comincia a parlare di “polfer” e “digos” come se una minaccia imminente stesse per abbattersi sull'intero sistema ferroviario italiano. Un istante dopo fa loro eco il tizio di mezza età seduto lato corridoio, aggiungendo il gesto intimorito del tirare più a sé la grossa borsa che portava. Quando nomina anche lui la “polizia” decido che non se ne può più e alzo la voce anch'io: signori, ora questo giovanotto ci spiegherà che è un hobbysta a cui piacciono i gippiesse... sapete cosa sono i GPS, vero? Devo essere stato talmente freddo e tagliente da ridurre per un attimo al silenzio gli astanti. Ma solo un attimo. Il giovanotto finalmente si accorge che esiste il resto del mondo e, alzando lo sguardo, tenta di spiegare che non si tratta di un GPS ma di un ricevitore di segnali di non ricordo più cosa. Ma i tre astanti, liberati almeno parzialmente dalle loro paure (e risvegliati dalla mia voce tagliente) mandano giù un fiume di parole con tutti i più triti luoghi comuni che si possano immaginare: “terrorismo islamico”, “attentati”, “fili pericolosi”. Dopo aver inutilmente ripetuto almeno tre volte che chi segue troppa TV diventa troppo facilmente impressionabile, dopo aver ripetuto ancor più volte che un “terrorista” se vuole ottenere il suo scopo fa di tutto per non farsi scoprire (mentre il giovanotto sembrava quasi far di tutto per farsi notare ed elogiare: tipica vanità da adolescenti alla scoperta del mondo), approfitto di una imminente fermata del treno per raccogliere le mie cose e fingere di dover scendere. Piantarli in asso e basta: gli ultimi quaranta minuti di viaggio posso farli in piedi, nella vettura più lontana possibile da questi mammalucchi che vedono un “terrorista islamico” in ogni anfratto, vedono un “pedofilo” in ogni anfratto, vedono “antisemitismi” e “omofobie” in ogni anfratto. Hanno la ferrea abitudine di vedere ciò che non esiste ma che la televisione ha comandato di vedere, terrorizzati dall'esser presi per chi non combatte i “mali” che la TV dichiara essere tali. Benvenuti nel “1984” di Orwell!
venerdì 22 ottobre 2010
Nel centro del cuore di ogni donna c'è un'attitudine a prostituirsi. Me ne resi conto in giovane età, quando andai a far visita ad un'amica. Avevo candide intenzioni ma le mie mani erano vuote. Appena mi vide mi disse qualcosa di complicato che oggi potrei interpretare con queste parole: “ma come? non mi hai portato nessun regalo? e allora oggi ti tratterò freddamente”. Sul momento non ci feci caso ma col passare degli anni quell'episodio ha cementato la mia convinzione che la totalità delle moine femminili sottintende (anche se solo inconsciamente) una compravendita. Qualche anno più tardi ne ebbi la conferma. Stavolta avevo portato un piccolo regalo. Piccolo di valore economico, ma significativo in quanto mi era stato espressamente richiesto. Lo scrutò, mi ringraziò telegraficamente, lo mise da parte nel posto dove si depositano gli oggetti da dimenticare e mi disse qualcosa che oggi potrei interpretare con queste parole: “ma come? ti presenti qui con questa miseria? coccole e moine, puoi scordartele!” In ogni donna alberga un'attitudine a prostituirsi. Ogni donna. Qualcuna più sfacciata, qualche altra più timida, qualcuna più esigente, qualche altra (rara) più facilmente accontentabile. Ma è sempre un “do ut des”, con il “des” che viene rigorosamente calcolato, squadrato, misurato, valutato, quantificato, pesato, deprezzato prima del “do”. Un commercio. La donna sa che cerchi coccole (e sesso) e sa che può vendertene a caro prezzo, dove “caro” significa che il prezzo può lievitare ad libitum fino all'ultimo momento. Si distinguono dalle baldracche solo per le formalità e per il listino prezzi. Per il resto hanno tutte (dico tutte) il meccanismo prostituente ben cementato nel cuore. Cerco una donna che sappia tenere a bada questo perverso meccanismo e sappia amare senza commerciare e sappia amarmi senza odiarsi. Chissà se la troverò mai.
Quella smorfiosa ha cancellato i miei interventi. Semplicemente assurdo. Ecco come è andata: lei scrive una cosa sulla sua bacheca, interviene un deficiente con un doppio senso a sfondo rozzamente sessuale, intervengo io per prenderlo sottilmente in giro e far notare il suo squallore. Pochi minuti dopo il mio intervento era scomparso, il maiale aveva inserito un nuovo intervento non meno squallido del precedente, e lei aveva inserito subito dopo un commento in cui sembrava non essere dispiaciuta dello squallore del tizio. In parole povere, quella donna mi ha dimostrato la sua profonda ipocrisia. Parli perché vuoi essere insultata, censuri chi ti vuol difendere. Sei una squallida baldracca di periferia.
giovedì 21 ottobre 2010
Sembra che oggi il mestiere di essere donna consista nel fabbricare un figlio (due per chi vuole andar di lusso) e poi scordarsi della fertilità. In questa società dove i figli sono un lusso da tassare (e una spesa enorme nell'educare), le donne sposate si limitano a tirare fuori un figlio (costi quel che costi!) per dimostrare di essere state abili a procreare, e quindi ritornare sterili. Le gravidanze desiderate (cioè quel che dovrebbe essere la normalità) compaiono solo in un brevissimo lasso di tempo dopo il matrimonio. Al di fuori di questo lasso di tempo c'è solo la sterilità desiderata e perseguita con ogni mezzo (a costo di uccidere il bambino con l'aborto o con le pillole). Il 99% del periodo fecondo di una donna viene sterilizzato a forza. Il restante 1% viene fecondato a forza. Questa è la donna oggi: un ammasso di carne da scopare. Questo è l'essere mamme oggi: una fabbrica del “figlio perfetto” che entra in azione solo in quell'un-per-cento della vita della madre, cioè solo in quel momento in cui per l'ipocrisia sociale “serve” volere un figlio (e fabbricarlo).
Devo aggiungere alla lista delle piccole frustrazioni quotidiane il desiderio (spesso non realizzabile) di cliccare un “Mi Piace” su una foto Facebook di una donna che mi sta a cuore. Anche stavolta vedo un profilo in cui non c'è nessuna foto che merita un “Mi Piace”. O sono volgari, o sono le solite stupide immaginette di cuccioli, cuori, tramonti al mare, uomini effeminati seminudi depilati. Come se sentissi la voce di lei che dice: “non sono donna se non pubblico questa spazzatura sulla mia bacheca”.
mercoledì 20 ottobre 2010
Oggi è mercoledì. Ricordo un famoso mercoledì della mia vita. Ero adolescente, e un mercoledì seppi per caso che una delle mie compagne di classe sarebbe rimasta sola a casa il martedì successivo. Lo avevo sentito involontariamente da suo fratello, nessuno sapeva che anch'io sapevo. Perciò cominciai a dirmi che dovevo escogitare qualcosa entro quei sei giorni per poter andare da lei. Con la scusa di studiare insieme, avremmo avuto modo di parlare anche di altre cose, e chissà, anche di fare qualcos'altro. Oggi guardo con un po' di vergogna a quei vecchi ricordi che di tanto in tanto affiorano nella mia mente quando mi sento affaticato. Passai quei sei giorni a pensare ad ogni possibile trucco. Venne il fatidico martedì, con buona parte della notte passata senza riuscire a dormire. Al mattino, durante la colazione, i miei mi dissero di quella visita medica che avevo completamente dimenticato. Sì, proprio quel pomeriggio. “Ma io devo andare a studiare da un amico”, farfugliai come se lei avesse già accettato il mio autoinvito. I miei interpretarono quelle parole come la solita pigrizia e bonariamente mi confermarono che l'ineluttabile visita dal medico era semplicemente improcrastinabile. Mi vergogno a pensare di essere stato così meschino: mi sarei autoinvitato a casa di una compagna di scuola sperando che lei dicesse di sì e una volta da lei, sbrigati frettolosamente i compiti, avrei dato il meglio di me stesso per ottenere chissà cosa. Mi vergogno di questo, eppure sento talvolta che invidio coloro che pianificano queste cose anche dopo aver superato da parecchi decenni la fine dell'adolescenza. L'uomo schiacciato dalla propria solitudine sogna sempre di avere un'occasione a tu per tu con una donna che già conosce, da cui sogna di ricavarne ogni inimmaginabile dolcezza (nonché un'ampia dose di sesso). Succede perfino a uomini che hanno già una donna. Le inimmaginabili dolcezze non bastano mai. Siamo sempre lì a sognare. Sesso e dolcezze, dolcezze e sesso.
martedì 19 ottobre 2010
Buongiorno. Sono Miss Stellina, a cui tu hai mandato molte appassionate lettere d'amore. Ti rispondo per la prima volta in privato perché sono preoccupato dalla frase che mi hai scritto: “non vedo l'ora di conoscerti di persona”. Mi chiamo Mario, nickname Miss Stellina sulla chat. Non ho 19 anni ma 44. Non abito a Roma ma in provincia di Rieti. Non lavoro come commessa dei grandi magazzini ma come consulente informatico precario. Non sono mai stato in discoteca. Non sono single ma divorziato. Tutte le cose che ho scritto in chat sono pura invenzione. Avevo creato l'account Miss Stellina per ingannare ed insultare un amico di cui ero invidioso. Non sono riuscito nel mio intento ma nel frattempo ho trovato una schiera di corteggiatori virtuali e così ho continuato a prenderli in giro, divertendomi nel vedere i loro miseri (ancorché elaborati e accaniti) tentativi di ottenere coccole virtuali e sesso virtuale. Nella tua ultima missiva affermi di esserti innamorato di me; date le altre circostanze è la prima volta che mi trovo a ritenere credibile una tale affermazione. Perciò sono costretto a dirti tutta la verità: sei innamorato di una donna che non esiste. Sei innamorato del prodotto della mia fantasia, della fantasia degli altri “amici” virtuali e soprattutto della tua fantasia: non c'è niente di più facile del credere a ciò che ci fa piacere. Se da un lato mi dispiace averti dato una simile delusione, dall'altro sto ridendo come un matto.
Sono sempre quelle due arzille vecchiette che chiacchierano in treno. I loro discorsi sono sempre gli stessi: ai miei tempi, ai nostri tempi, c'era dignità, c'era giustizia, oggi c'è solo egoismo, oggi c'è solo cattiveria. Stamattina mi hanno sorpreso perché parlavano di ippopotami. Per un attimo ho pensato agli animali. In realtà parlavano delle donne di ogni età che espongono senza pudore la loro cellulite. Nell'epoca in cui “bello” è obbligatoriamente sinonomo di “sexy” (cioè di “sessuale”), la bellezza è stata soppiantata da un esasperato sessualismo col risultato grottesco di vedere questi ippopotami umani prendere il sopravvento.
lunedì 18 ottobre 2010
Rieccola. Un'altra sua email. Poche righe, ma non c'è parola che non sia ben calcolata. Una sua email in cui si lamenta, in cui è sul punto di chiedere un consiglio, parole che sembrano solo voler stimolare le mie manifestazioni di solidarietà e di comprensione. Parole che riescono nel loro intento: ho risposto come un fulmine. Ma un attimo prima di inviare l'email di risposta mi sono domandato: ma da me cosa cerca? Una virtuale pacca sulla spalla, parole di solidarietà, tanti “ti capisco” e “hai ragione”. Tutto qui? Lo hai sposato, dici di amarlo, e ti confidi con me? Se lui è l'uomo della tua vita, l'uomo che realizza il tuo matrimonio, l'uomo a cui in esclusiva dici “ti amo”, perché senti il bisogno di confidarti con me, chiedendo la mia complicità, insinuando paroline maliziose? Lo so già che se cedo alla tentazione (anche solo a parole) mi manderai via accusandomi di essere un maiale approfittatore. Allora perché provochi?
Intrattengo una piacevole corrispondenza con tante donne. Facebook, commenti sui blog, messaggi nei forum, email, SMS. Sono tutti strumenti “passivi”. Leggi quando ti va, rispondi quando ti va e come ti va. Hanno tutto il tempo di reagire, capire, spiegarsi. Normalmente la comunicazione scritta dà spazio a equivoci perché non tutti sanno utilizzare la lingua italiana e allora ti sparano un'espressione apparentemente dura e cruda solo perché non sapevano ingentilire, solo perché sfuggiva loro qualche sinonimo appropriato. Intrattengo una piacevole corrispondenza perché spero che qualcuna di loro prima o poi si invaghisca di me. Ma tutte queste donne, anche quando fossero segretamente a caccia di un marito, finora hanno sempre fatto in modo che il rapporto con me non vada al di là dell'amicizia. Di certe donne mi domando come mai riescano a confidare a me cose di cui non hanno il coraggio di parlare con i rispettivi mariti. Hai un marito (cioè uno con cui hai deciso di condividere tutto, “gioie e dolori”), ci vai perfino a letto dicendogli che lo ami, e poi non riesci a confidarti con lui ma ti confidi con uno come me (sapendo bene che io desidero stare insieme ad una donna). Perché lo fai? Perché?
venerdì 15 ottobre 2010
Dopo tante che abbiamo maledetto le regole morali, prima o poi ci succede qualcosa che ce le fa rimpiangere. Come sta avvenendo a questo tizio che voleva essere libertino, voleva che le donne fossero “libere” di farsi portare a letto comunque e dovunque e da chiunque... e alla fine della fiera si è ritrovato con una donna dalle innumerevoli storie, passata per numerosi letti, addirittura capace di parlare di tradimenti con la stessa naturalezza con cui parla delle scarpe. Questo furbone è stato adolescente come me. Certamente avrà provato la sensazione strana del trasgressore, quella del sentirsi una voce dentro che gli dice “prima o poi ne pagherai le conseguenze”, mentre dentro di se gridava “no! no! basta con queste regole bigotte! io sono libero e faccio quel che voglio”. La vita ti ha fatto “volere” quella donna ed ora sei costretto a fingere di essere addirittura contento.
giovedì 14 ottobre 2010
“Tu non capisci niente della mia vita”. Questa sequenza di parole, tutta femminile, è il modo gentile per dare un pugno nello stomaco all'interlocutore maschile. In realtà quelle parole significano “il mondo non è come vorrei io in questo momento”. Cioè esprimono un disagio. Specialmente quando lui ha appena ricordato a lei che non è tutto oro quello che luccica. E che anche lei è capace di commettere errori.
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