lunedì 17 maggio 2010

Mi ha appena detto che “venerdì notte” (testuale) ha provveduto a fare di testa sua. Sono rimasto in silenzio. Tutto il lavoro che ho fatto venerdì è da buttare.
Lei c'era anche stamattina. Ma non sono riuscito ad avere un attimo dei suoi occhi. Non ho cercato occasioni, non voglio essere invadente. Ma quando è ripartito il treno, anche stavolta ho notato che lei non guardava dal lato del marciapiede (dove il mio sorriso la aspettava). Basta un piccolo evento del genere per cominciare male una nuova settimana.

venerdì 14 maggio 2010

E finalmente è finita un'altra terribile settimana che non finiva mai. Il nostro tempo è prezioso, eppure abbiamo spesso così tanta voglia che passi velocemente...
Quando uno è stanco e sotto pressione, finisce per innamorarsi più facilmente. Innamorarsi di proposito è un modo per scappare dalla realtà.
Siamo i nuovi schiavi: non valiamo per le nostre qualità e le nostre conoscenze, ma siamo solo sostituti economici di macchine più costose dei nostri stipendi.
Certe volte mi sembra di essere l'unico che lavora qui dentro.
Anche ieri ho evitato di farmi notare (ero nello stesso treno, e probabilmente lei mi ha visto, ma non ho voluto farmi notare troppo: qualcosa ieri mi diceva che ne avrebbe provato fastidio).
Mercoledì, di proposito, ho preso un altro treno (anche al ritorno). Non volevo sembrare assillante.
Martedì mattina, alla grande! La intravedo in treno, ma come il giorno prima siamo lontani e poco in vista, e non trovavo mai lo spiraglio adatto (in questo mondo è difficile anche il solo lanciare uno sguardo ad una donna). Ma quando scendo dal treno, un attimo prima che il treno riparta io sto passando vicino al suo finestrino, per un attimo la guardo con due occhi da vero innamorato, e con la mano le faccio un breve cenno di saluto. Istintivamente mi avrebbe risposto e sorriso, ma si trattiene. Però quella frazione di secondo in cui rispondeva al mio saluto sorridendomi, mi ha ripagato ampiamente di questi anni di attesa per rivederla. Mi torna il batticuore solo a ricordare quel brevissimo istante...
Lunedì sera l'ho vista di sfuggita.
Lavoro e penso a lei. Lunedì mattina prendo proprio quel treno, c'era proprio lei, volevo far finta di essere sorpreso nel rivederla. Ma mi è andata male. Lei mi ha visto prima che i nostri sguardi si potessero incrociare, ed avrà avuto tempo di pensare “oh, no!”
Non voglio più chiamarla “tappetta”, mi sembra un nome da personaggio di cartoni animati per bambini. Ci vuole un nome più carino, perché lei è proprio carina. Venerdì sera la vidi mentre saliva per le scale, appena uscita dal treno. Dopo tanto tempo... finalmente la rivedevo!
Può lavorare in modo creativo anche chi è costretto ad agire come se fosse una macchina. Purché non intervengano fattori esterni a frustrare e ingabbiare.
La prima cosa che fanno appena arrivati in ufficio è decidere come e dove andare a prendere un caffè. Non c'è da invidiarli per tutta questa libertà, ma c'è piuttosto da invidiarli perché in quel modo rendono meno più umano il lavoro. Non siamo macchine. Il fattore umano è fondamentale. Chi lavora contento lavora meglio. Chi lavora nutrito e riposato, rende di più. Chi ha in cuore ansie o delusioni (anche se estranee all'ambito in cui lavora: per esempio, una delusione sentimentale) lavora male.

giovedì 13 maggio 2010

Il capo non si vede più da un'ora buona. Non si sente la sua voce nei corridoi. Ho l'impressione che tutta la tensione e la frustrazione accumulate fino a quel momento si siano ridotte parecchio: avverto solo la stanchezza. Ma forse è perché tra poco vado via.
Capo, sto cercando di spiegarti che il tuo discorso significa che ci chiedono in un anno di inventare una nuova automobile e tu pretendi che in una settimana noi ti mettiamo in grado di fare già un bel giro di prova senza che la Polstrada abbia da ridire.
Per essere un “capo” bisogna avere orecchie con funzionamento selettivo. Quando il sottoposto parla di come migliorare il lavoro, le orecchie devono essere spente. Quando il sottoposto parla di qualcosa di diverso dal lavoro, le orecchie devono essere accese e ad altissima sensibilità, in modo da poter sgridare chi si distrae dal lavoro.
Ho spiegato tutto al capo. Il capo mi interrompe ogni momento per ripetere la sua idea. Alla fine il capo mi dice che bisogna fare come dice lui, perché così si risparmierebbe tempo e denaro: infatti dovrà pagare un altro per fargli fare in una settimana il lavoro che avrei fatto io in due giorni.
Dice: “è stato deciso che”. Ma perché mai tutti questi verbi impersonali? Quando io decido qualcosa, dico: “ho deciso che”. Quando il capo decide qualcosa, dobbiamo dire “è stato deciso che”. Vuol dire che lui non solo comanda, ma può anche evitare di prendersi la responsabilità delle sue decisioni.
Quando si fissa una riunione a mezzogiorno, significa che il pranzo slitterà senza limiti di tempo.p