venerdì 19 novembre 2010

Mi sorprendo sempre quando vedo che una donna tira fuori la risposta acida preconfezionata. Fanno di tutto per passare per ingenue sognatrici e poi appena si trovano di fronte ad una qualsiasi banale realtà subito sfoderano parole pungentissime e velenosissime. Lo fanno con tanta dimestichezza che da sempre sono convinto che abbiano un frasario già pronto, a mo' di formule magiche (o esorcistiche, a seconda dei casi). La frase di oggi è: “decido io a chi devo piacere”. Brava! Clap, clap! Così si risponde ad un uomo! Prima fai di tutto per far notare all'universo mondo le tue curve e poi, accorgendoti che il candidato che si avanza verso di te non era nella tua lista, sputi fuori tanto veleno in poche parole. Sorprendente. Le dirette interessate non ci fanno caso, ma assai raramente la bellezza fisica si accompagna ad un basso livello di acidità nel carattere.
Il cosiddetto erotismo è una noia mortale. Nudità stupide e ripetitive condite da un parolame idiota che farebbe sbadigliare perfino coloro che scrivono le frasette dei Baci Perugina. La differenza tra pornografia ed erotismo è che quest'ultimo è assai più noioso.

giovedì 18 novembre 2010

Ogni tanto ripenso a quei cioccolatini che le regalai e mi viene il magone. Mi viene il magone perché mi accorgo di essere colpevole. E' come se l'avessi ingannata: quei gesti hanno un significato, e io il significato lo conoscevo bene (pregustavo infatti l'invidia delle sue amiche mentre le avrebbero detto: “dunque anche tu sei capace di far colpo su un uomo, ancorché misero come quello”). Un regalo dolce e amaro: dolce perché era un riconoscimento della sua femminilità (quanto dev'essere bello per una donna ricevere un regalo che potrebbe essere il primo passo verso lo stare insieme), ma amaro perché lei già intuiva che non avrebbe avuto seguito (quanto dev'essere amaro per una donna vedere che dopo il primo passo verso lo stare insieme vengono cancellate tutte le possibilità di passi successivi). La mia vita sarebbe stata diversa, se in quei cioccolatini ci avessi messo almeno l'ipotesi di essere il suo uomo. Invece tutto finì lì. Mi vien proprio un magone, nel ricordarmelo.
Piangeva a telefono, poveretta, cercando di dirmi quanto fosse disperata. “Ci ho anche fatto l'amore, ma poi se ne è andato lo stesso”. Mi disse questa cosa e io stringevo i denti per non imprecare (per la rabbia, e forse un po' anche per invidia). Lei si era follemente innamorata di quello straniero, che la allontanava bruscamente. Lei era talmente infatuata di lui che ci andò a letto, forse addirittura faticando per convincerlo. Ma lo straniero, dopo essersi divertito ad utilizzarla come giocattolo sessuale, la piantò e se ne tornò in patria. E lei disperata a piangere: alla sua veneranda età, il più grande amore della sua vita spariva. Lei ci aveva “perfino fatto l'amore”: prostituzione non per soldi ma per sentimenti. Avrei voluto dirle che quella brutta lezione se l'era meritata e che doveva anche dirsi fortunata, poiché lui poteva benissimo essere uno di quelli che ne approfittano fino ad annoiarsi e piantarla ugualmente. Lei piangeva ed io lì ad ascoltarla vergognandomi tra me e me di pensare “ma a che aspetta a dirmi che vuole consolarsi con me?” Sfruttatore anch'io. La donna più debole è quella talmente schiava delle proprie infatuazioni da confonderle col sesso (anche se questo è un errore tipicamente maschile). Dopo qualche mese i contatti telefonici con lei si erano fatti talmente sporadici da mettermi a riflettere sull'eventualità di averle detto qualche parola involontariamente offensiva. Oppure sull'eventualità che lei avesse capito dove volevo arrivare (fidanzamento e sesso, o almeno solo un po' di sesso). “Ci ho anche fatto l'amore”, come se il sentimento dell'amore fosse una cosa da “fare”, una cosa da “scopare”. “Ci ho anche fatto l'amore”: questa frase mi torna in mente spesso, specialmente quando qualche uomo afferma di avere le sue “esigenze”, parlando solo per autocompiacersi e autogiustificarsi per il voler utilizzare una donna come proprio giocattolo sessuale. Lo straniero era “straniero” solo per il municipio, ma per il resto era solo un uomo annoiato da una donna che non lo attrae, e che però se la porta a letto dicendosi: “io ho le mie esigenze”.

mercoledì 17 novembre 2010

Mi infastidisce la dimestichezza maliziosa con cui certe giovani parlano di sesso. Dopo un milione di volte che hai parlato di sesso, finisci per diventare un oggetto sessuale a disposizione dei furbi che incontrerai.
Una donna poco attraente che riceve un regalo che solitamente significa ammirazione, un po' si sorprende e lusinga, ma poi soffre. Soffre perché sa che quel pacchetto di cioccolatini non avrà seguito, e perciò sarà prezioso ogni momento in cui ne mangerà uno. Soffre perché sa che le amiche parleranno e sparleranno di lei a lungo, fingendo curiosità per nascondere una strana forma di invidia (che se fossero sincere esprimerebbero così: “non li meriti, solo io li merito, per cui una cosa buona donata a te significa che in qualche modo danneggia me”). Soffre perché sa che quei cioccolatini avrebbero un significato diverso se fossero stati donati ad un'altra donna. Soffre perché sa che se anche ci fosse un seguito, il cammino verso il fidanzamento sarà ugualmente lungo, ripido e doloroso.

martedì 16 novembre 2010

Quella volta che quasi senza motivo le portai dei cioccolatini, lei divenne argomento fisso di conversazione per diversi giorni: le sue amiche morivano dalla curiosità di sapere come aveva fatto una come lei (dall'aspetto fisico tutt'altro che invidiabile) a conquistare il cuore di un uomo (sebbene io fossi un uomo tutt'altro che attraente ai loro occhi). A distanza di anni lo ammetto senza vergogna: quei cioccolatini li meritava. Portandoglieli, sentivo di rimediare (sia pure in minima parte) alle odiose parole che avrà incassato fin da bambina. E poi provavo un piacere smodato nel pensare a quanto avrebbero ricamato e rosicato le amiche chiacchierone.
Ho l'impressione che in ogni fiction debba essere presente una donna amabile che interviene a favore dei protagonisti (destinati immancabilmente al matrimonio) e poi togliersi dai piedi. Sembra che queste fiction suggeriscano che le persone altruiste volontariamente si fanno utilizzare e volontariamente spariscano non appena compiuta la missione. Talvolta alla fine del film vengono maritate a qualche altro personaggio secondario, ma solo per far risaltare ancor di più il matrimonio dei due protagonisti (come a dire: vedete? noi ci sposiamo, e si sposano anche le comparse). Ci vorrebbe un sindacato di queste donne amabili. Le ho chiamate “amabili” perché sebbene la protagonista sia sempre perfetta e virtuosa da tutti i punti di vista, la comparsa che dà un aiuto al momento giusto è semplicemente impagabile. Tutte le virtù della protagonista bellona non valgono una cippa a confronto del gesto semplice e spontaneo della comparsa amabile che compare al momento giusto e al posto giusto. Per questo dico che è “amabile” e che me la sposerei.
Quanto sono simili ai loro escrementi gli uomini che parlano compiaciuti dei loro escrementi!

lunedì 15 novembre 2010

I discorsi “tra uomini” sono un pozzo nero profondo e putrido e sempre più allargato. Mi ci hanno trascinato anche stavolta. Quando sono finalmente rimasto da solo, ho ripensato alle tante cose che ho sentito e alle poche cose che ho detto. Me ne vergogno. Per mostrarsi uomini (socialmente uomini) quando si è tra uomini (animalescamente uomini) si finisce certe volte per accettare di partecipare a quel rito da tribù di barbari. Ma la cosa che più mi infastidisce è quando qualche donna chiede con aria compiaciuta quali fossero gli argomenti di quella conversazione tappezzata di grasse risate. La malizia femminile consolida il tribalismo maschile. La chiave dell'imbarbarimento dell'uomo è tutta nella manifesta malizia della donna.


Talvolta le donne commettono l'errore tipico degli uomini: confondere i confini di sentimenti e sesso. Come uno scommettitore disperato, talvolta perseverano nell'errore per lunghissimo tempo.
Quando in un film c'è la competizione tra la donna bella, intelligente, sensuale, protagonista, e la donna semplice ma amabile, io faccio sempre il tifo per quest'ultima. Certe comparse valgono più degli attori principali. Quando la storia fa “rassegnare” la comparsa tutto sommato amabile (posta lì solo per non dare ad intendere che l'amore tra il protagonista e la protagonista sia automatico), darei un calcione negli stinchi dello sceneggiatore e uno a quelli del regista.
Nel mio lavoro può capitare che il venerdì sera, dopo la fine della giornata lavorativa, nel momento in cui in teoria dovresti già essere a casa e invece sei ancora in azienda, può capitare qualche problema grave ed urgente per il quale dovresti lavorare come un forsennato fino al lunedì mattina. In questi casi divento anch'io un vigliacco (se non altro per legittima difesa, perché anche tutti gli altri scappano il prima possibile). Quando non sono stato vigliacco, ho dovuto subire un week-end di umiliazioni; anche se solo limitate al venerdì sera, succede che tutto il sabato e la domenica sei nel terrore di ricevere telefonate in cui ti dicono che è inevitabile dover correre in azienda a dare una mano (l'umiliazione sta anzitutto nel modo in cui te lo dicono, come se tutti i problemi del mondo fossero stati causati da te).

domenica 14 novembre 2010

Sarei un bugiardo se negassi che la prima cosa che mi colpisce di una donna è il suo aspetto fisico. Ma sarei un bugiardo anche se dicessi che mi interessa solo quello (qualche volta l'ho detto solo per spegnere sul nascere quei soliti “discorsi da uomini”). Questo succede perché non riesco a non domandarmi: “sì, dopo averla portata a letto, cosa resta?” Non resta niente. Resta il ricordo di una sensazione fisica, ma non resta un sentimento (molti uomini vivono come se sentimento e sensazione fisica coincidessero).
Da piccolo scrivevo poesie. Era solo un esperimento: a scuola ci avevano parlato in modo tanto pomposo dei poeti. Carducci, che noia mortale. Scrivevano paroloni, mettevano (e soprattutto omettevano) rime... e poi? Cosa ha di speciale, di artistico, di intelligente, una poesia? Montale è qualcosa che fa cagare, ma proprio cagare duro. Pascoli? Un orrore. La poesia è l'arte più imbecille che esista. L'elogio della poesia è opera di annoiati e malinconici insegnanti di lettere. Da piccolo ho scritto poesie, a mo' di esperimento. Esperimento riuscito: annoiavano anche me.
Quello stupido ha dichiarato sul suo blog che avrebbe sedotto e abbandonato la collega di lavoro al solo scopo di darle una lezione di vita. Quanto vorrei imbottirlo di calci e sprangate. Dove sono quelli che condannano lo stupro? Dove sono quelli che si sdegnano per la violenza sulle donne? Lui e i suoi amici che lo elogiano (e perfino le amiche che commentano favorevolmente la possibile “lezione” per la smorfiosa) non si rendono conto che quello stupido ha manifestato intenzioni prossime allo stupro. Anzi, peggio dello stupro, perché nello stupro c'è solo violenza, nel suo caso invece c'è l'inganno. Il paradosso, in queste situazioni, è che quando si era tutti “bigotti” le donne non rischiavano umiliazioni come quella. Tradimenti e umiliazioni esistevano, ma non avevano la frequenza che hanno oggi.

sabato 13 novembre 2010

Le donne sono come i gatti. Puoi avvicinarle, ma fino ad un certo punto: poi scappano da te. Ogni volta che scappano da te, diventano ancora più sospettose. Infine scopri che si concedono ad uno spostasedie qualsiasi.
Sono un eterno precario. Non soltanto col lavoro ma anche con la vita. Sono nelle condizioni di chi non fa più fatica ad ammettere le proprie sconfitte e si rende conto che anche ammettendole non cambia niente. Mi sento vecchio non per l'età o per la salute, ma per il numero di promesse a cui ho creduto e che non sono state mantenute. Mi sento vecchio perché le donne da cui sono attratto sono tutte già impegnate, oppure mi vedono come fumo negli occhi, oppure si ostinano a vedermi come amico. Mi sento vecchio e precario perché il mio lavoro consiste anzitutto nel convincere i capi che ho lavorato davvero e che sto lavorando davvero. Precario, vecchio e precario: così ho passato i migliori anni della mia vita.
Il sabato e la domenica e nei giorni di festa dormo tantissimo. Dormire serve a ritemprarsi non solo nel corpo ma anche nella mente. Dormire è come fuggire dalla realtà e trovar pace. Una dose settimanale di due giorni di pace, in cui sto in casa disteso sul letto, appollaiato in poltrona, spalmato sul divano. Il massimo del riposo è quando sai che ci sono cento cose da fare, c'è da pulire il lavello, c'è da pulire il frigo, c'è da rimettere il chiodo nel tinello... e, pensando a tutte queste cose, ti dici: “sì, dopo vedrò, stasera, domattina magari, non è urgente, più tardi magari trovo cinque minuti oppure dieci minuti, ma sì, prima di cena”... Mentre pensi a queste cose le palpebre ridiventano pesanti, socchiudi gli occhi, senti già che il sonno ti sta prendendo. Ti copri con qualcosa e ti rilassi, sapendo che la suoneria del cellulare è azzerata e che nelle prossime due ore il mondo non cambierà. Sogni d'oro!

venerdì 12 novembre 2010

Quella di Stanlio e Ollio appoggiati su un baule tenendosi ciascuno la testa con una mano è un'icona del cinema. L'ho vista un attimo fa ed istintivamente ho sorriso. Poi mi sono chiesto: ma perché ho voluto sorridere? Quei due volti ci “comandano” di sorridere. Tutti abbiamo gustato le loro avventure almeno una volta nella vita; tutti abbiamo sorriso per i loro goffi e maldestri tentativi. Nell'immaginario collettivo, quei due “fanno ridere”, cioè “devono” farci ridere. Vedo quella foto e istintivamente sorrido. Sorridere non è ridere: sono due cose profondamente diverse. Ecco il punto su cui rifletto: lo scoprirsi a sorridere e domandarsi il perché. Perché ho sorriso? E' stato un sorridere istintivo. Ho inconsciamente obbedito al comando di sorridere, generato da quei due volti. Eppure, nelle loro avventure e disavventure, c'è oggettivamente poco da ridere. Umiliazioni e fallimenti: cosa c'è da ridere? Ridiamo perché ci sentiamo estranei a quei fallimenti. Ridiamo perché è bello sapere che un determinato guaio, di cui veniamo a conoscenza, riguarda persone tutto sommato lontane dalla nostra vita. Talmente lontane che si può ridere delle loro disgrazie. Stanlio e Ollio, il ragionier Fantozzi, Wyle E. Coyote e tutti gli altri personaggi “comici” catastrofici, ci fanno ridere perché calamitano disgrazie che (evviva evviva) non ci riguardano. Ci fanno ridere perché godiamo delle loro disavventure senza senza doverci accusare di essere sadici.