martedì 10 gennaio 2012

Sono fortunato con le donne in questi giorni. Fortunato nel senso che un'altra si risveglia e mi contatta. Un SMS per augurarmi una buona giornata. Ancora non so cosa risponderle. Auguro altrettanto? Come si fa a rispondere ad un SMS inutile? Mi sentirei un ipocrita. Non posso essere sincero con lei. Dovrei dirle: voglio scoparti e poi dimenticarti, a meno che non mi venga voglia di scoparti di nuovo. Ecco, questo passa per la testa agli uomini. Lei vuole la storiella d'amore tutta stelline e cuoricini, e l'uomo vuole scoparla e dimenticarla (finché non gli torna voglia, per poi ugualmente dimenticarla più di prima). Tranne poche squallide stupide, le donne tengono più ai sentimenti che al sesso. Mentre gli uomini -tutti, anche i più sentimentali- tengono più al sesso che ai sentimenti. Questa diseguaglianza matematicamente dimostrabile conduce al mondo di delusioni, di mancate corrispondenze, di amori a sensi unici. Conduce a quei fastidiosissimi SMS a cui pur arrovellandoti in ogni modo, non sai proprio cosa rispondere.

lunedì 9 gennaio 2012

Una donna in chat propone di incontrarmi e io scappo. Qualcosa mi dice che lei, proprio lei, ha strane intenzioni. Vuole riversarmi addosso i suoi fallimenti, vuole qualcuno che la ascolti piangersi addosso, cerca un uomo al quale parlare continuamente dei suoi ex. Non me lo ha scritto, ma non riesco a non pensare che sia così. Qualcosa mi dice che è proprio questo che cerca: un uomo a cui riversare addosso gli errori che ha commesso mentre era perfettamente cosciente di commetterli, magari dandogliene un po' di colpa perché non sa ascoltarla.
Un'amica scrive sulla sua pagina qualcosa che suona come: “bimbo in arrivo”. Sorride maliziosa, spera che noi pensiamo che lei sia andata al letto col suo fidanzatino un numero sufficiente di volte. Naturalmente si trattava del nipotino, ma lei inconsciamente ci teneva a far sapere di essere sessualmente attiva e orgogliosa di farsi scopare da colui che prima o poi la tradirà.
Una delle cose che più mi danno raccapriccio sono le tesi di laurea. Leggere una tesi di laurea è come entrare in un mondo chiuso, un mondo in cui l'autore tratta elegantemente ogni più piccola quisquilia del pelo del cammello, ma non ha mai visto un cammello di persona, magari neppure in fotografia. Sfogliando anche in formato PDF una tesi di laurea, avverto l'odore di aule polverose, di studenti sull'orlo di una crisi di nervi, di fogli di carta che strisciano sotto penne e matite, di sbadigli e di ipocrisie, di sigarette e di isterie, di canzonette e di imprecazioni contro il prof di turno che ha cambiato le carte in tavola all'ultimo momento. La tesi di laurea è qualcosa destinato ad essere dimenticato il minuto dopo che si è usciti dalla discussione. Qualcuno, avventatamente, ne fa una bandiera d'orgoglio: ma è un azzardo, perché chiunque abbia frequentato almeno un anno l'università sa benissimo che ciò che hai descritto e creato non nasce da una tua passione, ma dal modo più efficiente che hai trovato per assecondare i tuoi professori, per cavare il miglior voto possibile con la minor fatica possibile, per toglierti dai piedi quell'ostacolo burocratico ed avanzare di carriera. Per questo le tesi di laurea sono raccapriccianti. Descrivono, con gran pompa e gran burocrazia, ciò che in teoria doveva nascere dalla sete del sapere, ciò che in teoria doveva nascere dalla passione per la realtà, ciò che in teoria doveva qualificare il meglio di ciò che sei, ed invece non è altro che una recita, un gioco dalle parti, una finzione ipocrita funzionale ad un riconoscimento burocratico.

giovedì 5 gennaio 2012

Trovo in chat una donna disposta ad incontrarmi per un caffè. Ancora non sai niente di me e già mi inviti per un caffè? O hai qualche serio problema (in cui ti crogioli o da cui pretendi di sfuggire utilizzandomi come animale da compagnia) oppure sei una “professionista” che adesca il cliente. In entrambi i casi non fai per me.

mercoledì 4 gennaio 2012

Quanto mi fanno arrabbiare certe notizie. Una donna intelligente, sana di mente, dopo otto anni con un uomo viene mandata a quel paese. Vero è che a lei non è troppo dispiaciuto separarsi dal bellimbusto. Però, dai, otto anni! Otto anni si è fatta scopare a più non posso, si è fatta dire “tiamotiamotiamo”, si è fatta usare e abusare senza limite. Ed alla fine lui ne ha noia e la manda via, e lei è finalmente contenta di non dover subire più la routine. Ma una donna così “usata”, che cosa può mai rappresentare per il suo “prossimo” uomo? Otto anni, dico: otto anni insieme, senza che lui mai accettasse di sposarla, senza che lui mai accettasse di starle accanto “finché morte non vi separi”. Vi ha separati la noia. L'hai usata e l'hai gettata via: bravo, che eroe! Ti ci vorrebbero otto anni di carcere durissimo per capire quanto hai straziato la vita di lei. E se lei ora è contenta, la cosa non ti assolve da nessuna delle tue irresponsabilità. Che rabbia che provo nel sentirmi raccontare fatti come questo. Che rabbia il non potermi presentare da lei dicendo sinceramente: “prova piuttosto con me, io ti posso essere fedele per sempre”. Non sarei sincero. Non potrei vivere una vita intera con lo spettro di quegli otto anni del “lui” col quale verrei confrontato “finché morte non vi separi”.
Succede spesso che proprio coloro che difendono un ideale siano i primi a meravigliarsi che qualcun altro possa credervi.

martedì 3 gennaio 2012

Lo schema tipico del drogato è quello del “dai, ancora un po', dai, un po' di più, non posso arrendermi proprio ora...” Anche dell'alcolista. Anche dell'erotomane. La polizia è lì che lo guarda, la moglie è lì accanto che lo osserva, e lui ha già dimenticato il mondo, svende tutto il mondo per una dose, per un'altra dose, per un granello di “roba” in più, pur sapendo di non essere come un serbatoio che dopo un certo quantitativo si sentirà pieno e soddisfatto. La mente viaggia altrove, pretende di sognare, mentre la realtà silenziosamente urla la sua presenza.
Il consumismo è tutto lì: l'adolescente viziato che riempie il piatto di pietanze e poi ne mangia poco più della metà, pensando di essere considerato un bambino qualora mangiasse tutto. Qualcuno deve avergli “insegnato” che l'uomo adulto è quello che promette ma senza alcuna intenzione di mantenere.

lunedì 2 gennaio 2012

Recentemente ho commesso l'errore più infame, quello che auguro ai miei peggiori persecutori. Nel presentare tutti gli esattissimi motivi per cui un certo incarico non si può fare, ho espresso all'ultimo momento una mia opinione: “secondo me” (già bastavano queste due parole per condannarmi) “è inutile mobilitare sforzi e persone” (errore! errore! queste parole giudicano l'operato di un imbecille senza dimostrare, in modo comprensibile ad un imbecille, la sua imbecillità). L'errore è stato tanto più infame in quanto, a distanza di meno di un giorno, ciò di cui avevo espressamente negato l'esistenza, si è rivelato esistente e a portata di mano. Ciò che io dicevo faticoso per mesi, diventava accessibile in un giorno o due. Mi sono insomma giocato, per lungo tempo, tutta la (pur magra) reputazione che avevo faticosamente accumulato in tanti anni. Quella merda del capo, una vera volpe, anzi, una serpe, ha evitato di rispondere. Ha conservato il mio appunto, pronto a tirarlo fuori quando aprirò di nuovo bocca: vedete? lui è quello che ha da opinare sulle decisioni che noi autorevolmente prendiamo, lui è il disfattista che pensa -senza dimostrare- che noi sbagliamo, lui è quello che crede di sapere più di me e addirittura più di quell'altro lì che ha duecento dipendenti... Quella sera non riuscivo a dormire. Alle due di notte ancora mi rigiravo nel letto. Il giorno dopo un silenzio tombale su tutta la faccenda non fece altro che farmi bruciare ancora di più i nervi: la sera pure continuai a rigirarmi nel letto fino alle due. La sconfitta totale continua a farsi sentire. Assorbire una autoinflitta bastonata come quella, restando in mezzo ai lupi che sorridono perché sanno che la potranno riutilizzare contro di te almeno per diecimila volte, richiede un tempo lunghissimo, richiede di cambiar aria.

venerdì 30 dicembre 2011

Una volta potevi vedere in giro donne vestite con notevole semplicità, donne che avevano scoperta solo la testa e le mani, donne che l'unica cosa aderente che indossavano era la fascia tra i capelli... e coglierne tanta bellezza da restare a bocca aperta. Oggi le vedi più svestite di una battona di periferia, e cinque minuti dopo le hai già dimenticate. Una volta coglievi quella bellezza in un'infinità di fattori disposti armonicamente. Oggi uno sceglie moglie selezionando la donna che ha le chiappe più vistose. Sposano un paio di chiappe con -incidentalmente- una donna attaccata vicino. Poi si lamentano che il matrimonio riesce una merda (e non lo dico per fare umorismo).

giovedì 29 dicembre 2011

Quarant'anni abbondanti, sposata, figli, divorziata, annoiata, malinconica. Cerca un uomo, vuol rifarsi una vita. Dopo aver promesso ad un altare (religioso o municipale, non fa differenza) fedeltà e amore senza limiti per tutta la vita... ha bisogno di “rifarsi una vita”. Un animale da compagnia, possibilmente dotato di automobile e di stipendio sicuro. Incredibilmente, pensa che “stavolta” sarà la volta buona. Pensa che il prossimo principe azzurro sarà incapace di tradire, incapace di mentire, incapace di egoismi, incapace di annoiare. Le peggiori bugie a cui più stupidamente crediamo, sono quelle che ci inventiamo per consolarci.
L'equivoco moderno: credere che la bellezza venga nascosta dai vestiti anziché dall'atteggiamento. La bellezza è armonia. Ridurre l'armonia di tantissimi fattori al solo fattore “curve”, significa scavarsi la fossa per un'esistenza di delusioni (amorose e non amorose).
I nostri nonni etichettavano in modo sprezzante le donne convinte che per essere belle e frizzanti occorresse esibire le proprie curve. “Una vacca in libertà”, dicevano per una scollatura ampia. “Una gallina che sente l'uovo al culo”, dicevano di una ragazzina che per sentirsi adulta si vestiva come una puttana di periferia. La cosiddetta liberazione sessuale ha “puttanizzato” tutte le donne. La cosiddetta televisione ha “puttanizzato” le mamme, specialmente nei confronti delle figlie. Ancora non ha l'età per andare in prima elementare, e non passa minuto che la mamma non faccia allusioni al fidanzato, al maritarsi, al fare certe cosettine col fidanzatino... No, non dico queste cose provando scandalo. Provo solo fastidiosa indifferenza. Per scandalizzarsi occorre essere religiosi (“religiosi” non significa “credenti” in qualche religione, ma convintissimi di un livello di morale, di un livello di decenza, di un qualcosa che non si sa perché ma è bene non distruggere). Se vedo una vacca in libertà, la guardo compiaciuto, e poi - se non posso portarla a letto, come nella maggioranza assoluta dei casi - passo oltre, la dimentico. Tutto quel suo esporre curve è servito non ad essere valutata come “bella”, ma solo ad essere scrutata da ogni angolazione utile e poi dimenticata. Se vedo una gallina che sente di avere un uovo sotto il culo, provo solo fastidio, una fastidiosa indifferenza: la dimenticherò presto, prestissimo. Uscendo dalla metropolitana, già non ricordo più quanti e quali culi avevo argutamente osservato prima di partire pochi minuti prima. Le vacche umane e le galline umane sono le vere vittime di questa assurda mentalità: sono state convinte che per sembrar belle devono “puttanizzarsi”. Col risultato che le guardiamo, se possiamo le utilizziamo, e poi quando non servono più le scarichiamo. Anche (soprattutto) quando diciamo “bella”. Oggi, per un uomo, la parola “bella” significa “me la tromberei finché non trovo un'altra”.

mercoledì 28 dicembre 2011

...è come i ganci per le carrozzelle che si vedono nei treni. Non li ha mai usati nessuno, in mia presenza. Mai. In tanti anni, mai, mai, mai. Quanta gente avrà lavorato per progettarli, ingegnerizzarli, costruirli, economizzarli, collaudarli, consegnarli, installarli, manutenerli, aggiornarli, standardizzarli, verificarli... Mai usati. Dopotutto, chi è costretto su una sedia a rotelle, non può stare a controllare quanti e quali mezzi pubblici, e quante e quali fermate, siano “accessibili”. Una spesa immane per dotare di “accessibilità” stazioni e mezzi in cui non accedono mai le persone costrette sulla sedia a rotelle. Uno spreco assurdo. E come al solito l'unica voce di spesa che non vedono l'ora di tagliare è lo stipendio di coloro che materialmente producono ciò che sostiene l'azienda. (a questo punto devo aggiungere il solito noiosissimo disclaimer: non ce l'ho contro l'accessibilità per i disabili, non ce l'ho contro i disabili, ma ce l'ho contro gli sprechi, ed ancor più ce l'ho contro coloro che cercano ogni scusa per ridurre il personale che produce, ma non diminuirebbero di un centesimo qualsiasi altra voce di spesa).
E così un mattino ti svegli mentre sognavi di abbracciarla appena incontrata, la ragazzina che a scuola nessuno notava perché senza infamia e senza lode, perché non brutta ma nemmeno carina, perché silenziosa e mai protagonista, e che dopo la scuola tutti avevano dimenticato. Tanti anni dopo la sogni, e la cerchi su internet, e la trovi su facebook con un finto sorriso, un'età da rughe, un marito che l'ha presto abbandonata, qualche moscone che le gira intorno da anni sperando di riuscire a usarla e sperando che non compaiano altri concorrenti. L'abbraccio resta solo una cosa da sogno, solo per quando la sera prima la cena è stata troppo leggera o troppo pesante. Non sono le rughe ad averla trasformata. È stata un'intera vita senza colpi di scena, senza infamia e senza lode, a rovinarla. Una vita normale, fatta dei soliti sogni e delle solite speranze. Una vita in cui non è accaduto nulla di grande, tranne le delusioni.

martedì 27 dicembre 2011

Mangiare mi gonfia ma non mi toglie il senso di fame. Ho sempre come la voglia di mangiare qualcos'altro. Per mia fortuna non ho niente di prelibato sotto mano. Non vorrei far la fine di quei ricchi che aprono una confezione per poi assaggiarne meno di una briciola, e poi la abbandonano.

venerdì 23 dicembre 2011

Il collega X mi detesta e in giro parla male di me. Il collega Y è andato a dire ad uno dei miei responsabili che io creo problemi. Quest'ultimo incarica il collega Z (che io stimo) di trovare un modo per dirmi di smettere di creare problemi. Mai sottovalutare le meschinità umane... X mi detesta, ora anche Y, il responsabile che si fida di loro pur sapendoli malelingue ed infine, meschino come loro, evita di affrontare direttamente con me le questioni.

giovedì 22 dicembre 2011

Una malattia, un handicap, un problema fisico, fanno diventare strane le donne. Si autoaccusano del proprio male. Si convincono che non troveranno mai un uomo, e quando un uomo si avvicina loro, si comportano come per forzare la dimostrazione della loro assurda teoria.

mercoledì 21 dicembre 2011

Uno dei vantaggi dell'aver frequentato quella chat è stato il poter conoscere quella fiorentina e poter cominciare a scambiare con lei qualche messaggio email. È malata e se ne vergogna, come se i problemi di salute fossero colpa sua. Teme che nessun uomo possa amarla: proprio oggi, che si ha una paura terribile dei problemi di salute (anche dei più piccoli), proprio oggi è difficile trovare un uomo disposto a amare e sposare una donna malata. Penso di essere uno dei pochi disposti ad amare e sposare una “malattia con donna incorporata”. Ma ho un po' paura.