venerdì 4 giugno 2010

Mi sforzo di pensare a Lisa T., ma non ci riesco. Stamattina non l'ho vista. Che sia malata? Al momento il personaggio che sembra occupare la mia vita è la collega in crisi. Mi accorgo che sono disposto ad essere affettuoso con le persone che mendicano affetto partendo dal presupposto sincero di non meritarne, mentre avverto la tentazione dell'essere cinico con chi invece pretende affetto, rispetto e attenzione. Mi colpisce tanto il vedere questo mendicare.
Ci mancava anche la collega di lavoro in crisi matrimoniale. Il suo comportamento, a ben guardare, è il tipico di chi va mendicando affetto. E così anche uno come me, che non è abituato a maltrattare le donne, le diventa improvvisamente familiare.
Come al solito. Arriva il capo, trafelato, telefonante. Mentre parla a telefono, parla anche con noialtri: ci guarda, con aria accusatoria, e chiede: “e allora?” Vorrei rispondere “allora-cosa?” ma resto in silenzio. Il cliente si lamenta, qui non è pronto niente, vi avevo già detto che dovevate fare, eccetera. La solita solfa. Gli sorrido (ma è un'espressione di nervosismo) e gli dico che quelle cose che mi sta comandando adesso, di venerdì pomeriggio, le ho dovute fare nei ritagli di tempo tra una telefonata e l'altra. Continua a dirmi che se il cliente non vede tutto pronto si lamenterà ancora, e tutte le altre cose che già sappiamo. Ci tratta (e tratta soprattutto me) come se fossimo dei bambini capricciosi e smemorati. Per accusarlo di mobbing bisognerebbe riuscire a descrivere esattamente il suo comportamento, in modo tale che sia riconoscibile come tale anche ai suoi tirapiedi. Ma non ho le parole. Chi subisce il mobbing ha come prima grande difficoltà il trovare le parole adatte per descrivere cosa ha subìto. Lagnarsi per quello che si subisce, va bene in un blog, ma non in una denuncia. In un blog ti capiranno anche se non sai usare un linguaggio legalmente ineccepibile.
Lavorare in queste condizioni (fretta, disorganizzazione, mancanza di informazioni, incapacità di stabilire chi e quando deve dare ordini...) fa diventare davvero schiavi. Me ne accorgo da come sto degradando nel vestirmi, nel mangiare, nel rispondere al telefono. Non pretendo un lavoro comodo. Chiedo solo di poter lavorare facendo quel che so fare bene, senza essere intrappolato in problemi che richiedono scienze poco esatte (come l'abilità nell'essere meschini, l'abilità nello scaricare sugli altri il risultato dei propri limiti e così via).
Il collega che vuole mettersi in mostra con i capi solleva problemi su problemi. Ci manca solo che chieda di mettere in ordine la polvere sugli scaffali in modo da accelerare il lavoro alla donna delle pulizie. Questo genere di cose, naturalmente, succede solo di venerdì e solo con i colleghi più meschini...
Quanto odio la frase: “non puoi tirarti indietro”. Viene pronunciata per dirti che non hai scelta. Viene pronunciata per importi qualcosa.
Comincia un'altra giornata difficile. Sono le nove e sono già tutti isterici.

giovedì 3 giugno 2010

Da tanti anni penso sempre che vorrei innamorarmi di una donna. Ma le donne che trovavo non mi bastavano mai. Il desiderio vero, infatti, è di essere ricambiati. Innamorarsi è facile, ma essere ricambiati è raro.
Nella mail al cliente ho dimenticato di dirgli che doveva separare le due cose. Sono assolutamente sincero se dico che è stata la fretta del capo (del quale in quel momento sentivo il fiatone sulle spalle) a farmi dimenticare quella piccola cosa. Ora ci vorrà del tempo per risolvere quest'altro problema causato dalla stessa esistenza del capo. Se il capo non ci fosse, avremmo tutti lavorato tranquilli, impiegando meno tempo, facendo molti meno danni, soddisfacendo il cliente e senza essere stressati. In questo lavoro l'ostacolo principale è il capo, che non sa lavorare, non sa dare ordini, non sa rispettare il lavoro altrui, non sa neppure riconoscerlo ed apprezzarlo. Se sapesse almeno riconoscere ed apprezzare i risultati che raggiungiamo, lo sopporteremmo più facilmente.
Il capo è un maestro dell'arte di far perdere tempo agli altri. Mi ingiunge di andare dal cliente. La segretaria mi chiama per sapere come e quando ci vado. Rispondo alla segretaria che deve chiederlo al capo. La segretaria lo vuole sapere da me (infatti nemmeno lei vuole perdere tempo col capo). Il capo non si trova in giro. Quando lo troverò, mi dirà che è colpa mia che non gli ho chiesto subito come e quando andare dal cliente: ne sono assolutamente sicuro.
Ancora il capo. Stavolta, di una collega, chiede: “come? sta in pausa pranzo?” Il capo ha dimenticato che per lavorare occorre anche mangiare. Vorrei insistere per far notare quel tono acido: “come? sta in pausa pranzo?” Non è mica andata a sciare a Timbuctù...
Stamattina ero nel treno della mia cara Lisa T. (è sempre un nome di fantasia ma suona benissimo) ma non l'ho vista. Forse ne ho intravisto i capelli in mezzo alla ressa di lavoratori e studenti, ma mi è stato impossibile avvicinarmi di più per verificare.
La speranza (che qualcun altro vada dal cliente a umiliarsi al posto mio) è sempre l'ultima a morire. Il cliente non sa cosa vuole, e qualsiasi cosa gli si presenti sembra sempre incompleta. Il capo sa solo vantarsi col cliente, e non si ricrede neppure quando è irrefutabilmente dimostrato che il principio di tutti i ritardi sono le sue idee. Così, oltre a fare la parte del lavoratore malpagato, maltrattato e malvisto, mi tocca anche la parte del capro espiatorio.
Il capo corre trafelato (ma non cammina mai? corre sempre?) a chiedermi se lunedì mattina posso stare dal cliente. Non è una gentile richiesta, ma è un ordine perentorio: “lunedì vai in vacanza dal cliente, eh?” Umorismo inglese. Risposta serafica: “solo se è necessario: non vorrei che si prendano decisioni senza conoscere veramente quale è il problema”. “Qui abbiamo un enorme problema: dal cliente non funziona niente!” “Funziona tutto tranne quel blocco banale che...” “Sarà banale, ma è bloccato! Lunedì bisogna stare dal cliente”. Notate la delicatezza. Notate inoltre il fraseggio impersonale: “bisogna stare dal cliente”, sottinteso (urlato): “tu vai dal cliente”.
Il capo ha tutto un suo dizionario di sinonimi e contrari che utilizza spessissimo. “Tu aggiungi”, dice, come se si trattasse di un'operazione istantanea. Aggiungere, integrare, connettere... tutte operazioni che a volte richiedono giornate intere, e spesso conviene più rifare da capo l'oggetto da integrare che integrare quello mal fatto. Ma il capo non ne vuole sapere: bisogna aggiungere, occorre integrare... Ciò che dobbiamo fare noi gli sembra sempre banalmente eseguibile in una frazione di secondo. Ci provi lui, ad aggiungere e connettere.
Tra poco il capo mi dirà di lasciare tutto ciò che sto facendo per dedicarmi al problema che lui ha creato con il cliente. Dovrò sforzarmi per non rispondergli quel che si merita...
Il capo entra trafelato dicendomi che tra venti minuti bisogna dare una risposta al cliente. Mi dice che mi ha mandato una mail, che ovviamente non è ancora arrivata (avrà cliccato su “invia” mezzo secondo prima). Mi ripete a voce il contenuto della mail e poi mi dice “ci vediamo tra cinque minuti”. Non erano venti? E cosa cambia?
Oggi le donne utilizzano tante stranezze per sentirsi belle. Il motivetto a cuori sulle unghie è uno dei più banali. Quel che mi colpiva era il suo fastidio per il fatto che io ho notato quelle cose. Non sarò il suo tipo, altrimenti ne sarebbe stata contenta. Mi chiedo come mai il suo “uomo ideale” abbia bisogno di vedere le unghie delle dita tappezzate in quel modo. Che uomo cerca, se utilizza strategie da asilo infantile? Vuole spacciarsi per candida e ingenua? Dunque non è né candida, né semplice, né ingenua? Vuole una storia sentimentale “come quelle dei film” in cui è tutto uno scorrere di sospiri, di cuori, di moine e di coccole? Una persona maggiorenne e vaccinata ed in età da matrimonio non dovrebbe avere di queste fissazioni.
Stamattina, nel treno della metropolitana, ero seduto di fronte ad una bionda che aveva sulle unghie un motivetto a cuori. Ho pensato che ai miei tempi solo le bambine di sei anni non avrebbero avuto vergogna ad imbrattarsi così le unghie. Quella seduta davanti a me aveva l'aspetto e l'attrezzatura da studentessa universitaria. Ho notato distrattamente il motivetto sulle sue unghie mentre mi voltavo, e poi sono tornato di scatto a fissarle. Una scena come nei cartoni animati. Lei ne era infastidita. Forse se ne vergognava pure. Per tutto il resto del viaggio ha tenuto ogni volta le mani in modo che non si vedessero le unghie. Se io fossi stato il professore da cui oggi avrebbe dovuto sostenere un esame, avrei esordito simpaticamente con: “signorina, cosa ha sulle unghie?” Mi chiedo come mai un vezzo da bambine sia diventato in pochi anni una necessità per sentirsi belle ed apprezzate.

martedì 1 giugno 2010

Domani chiusura aziendale. Finalmente posso andar via pregustando una giornata senza assilli.