Da ieri sera ho un fastidioso dolore ai denti. Sono qui a lavorare ma vorrei scappare altrove, in un posto dove questo dolore non possa raggiungermi.
lunedì 13 settembre 2010
venerdì 10 settembre 2010
Una misteriosa malattia epidemica devasta il buon senso della gente. Assassinare bambini è non solo legale, ma addirittura pagato dallo Stato. Maltrattare le bestie, invece, è non solo perseguibile penalmente ma addirittura ritenuto vergognoso. Negli anni cinquanta si era indifferenti al maltrattamento delle bestie e l'aborto procurato era considerato un crimine. Oggi vediamo che coloro che non sono stati abortiti promuovono l'aborto, mentre le bestie vengono protette dalla legge dello Stato più delle persone stesse.
“Se ti piaccio clicca Mi Piace”. Ero tentato di risponderle: ma sei un obbrobrio! Bisogna diventare ipocriti pure su Facebook: non puoi dire “non mi piace”, non puoi nemmeno tacere, devi per forza dare una risposta ipocrita. Forse è questo che mi farà abbandonare prima o poi anche Facebook. Lei si aspetta una risposta da tutti, specialmente da me. Questo è tutto ciò che sai fare su Facebook? Costringere gli altri a dirti che sei carina e piacevole? Far loro fare la figura degli stupidi se non ti assecondano?
giovedì 9 settembre 2010
Tutto questo avviene perché il cliente non sa cosa vuole, e lo pretende subito e perfetto e pronto ed economico, anzi, gratis. Avviene perché il capo non saprebbe cosa vuole il cliente, neppure se il cliente lo sapesse e glielo dicesse dieci volte con la massima chiarezza. Il capo non sa lavorare. Non sa neppure cos'è il lavoro. “Sa” solo che noi siamo dei perdigiorno che non vogliono lavorare come dice lui. “Cambiate lì, che ci vuole? Cinque minuti” Per lui tutto è “cinque minuti” (intendendo con ciò cinque minuti secondi, non cinque minuti primi). Dopo la centesima volta che gli spiego che quei cinque minuti secondi sono in realtà cinquantacinque minuti primi e che quella modifichina intaccherà negativamente undici ambiti diversi e richiederà parecchi giorni di aggiustamenti e prove, mi sono arreso. Se è di buon umore risponde ottimisticamente di fare una prova veloce e approssimativa (di cui però non si assume responsabilità: tutto deve funzionare, tutto “non può” che funzionare). Se è di cattivo umore (cioè quasi sempre) ci etichetta come incapaci, disfattisti, incompetenti, immeritevoli dello stipendio (che è basso rispetto ad altri mestieri molto meno stressanti di questo). Questo è il dramma di noi che lavoriamo producendo. Chi produce è maltrattato. Chi è incapace di produrre, si ritrova a comandare (non si sa perché, ma pare che sia sempre così). Naturalmente non sa comandare: per comandare bisogna saper lavorare, bisogna conoscere i limiti propri e degli altri, bisogna avere più qualità di chi deve lavorare. Qualità che non hanno. E quando non hanno nessuna qualità, allora non comandano: “decidono”. Le strategie aziendali sono decise da gente completamente estranea a questo mestiere. Quanto mi piacerebbe essere imprenditore di me stesso. Ma non posso. Oggi, in Italia, la burocrazia ti strangola. Non puoi avviare una tua attività se non hai un capitale da investire. Il solo tenere libri contabili e partita iva è un onere fastidioso e una spesa sul collo. Lavorare da dipendente ti lascia almeno quello spazio di libertà da quando esci di sera a quando rientri nel successivo giorno di lavoro.
“Sei l'unica che ha saputo farmi innamorare”, recita la scritta fatta con lo spray accanto ad un cuore stilizzato e ad una data. Il soggetto della frase è colui che ha sporcato il muro con lo spray. Il centro dell'attenzione (cioè ciò che viene elogiato) non è la capacità della signorina ma la pluriennale insofferenza del soggetto. Uno stupido che elogia il suo proprio difetto: quella che chiama “unica” è solo una delle varie comparse del film della propria vita, è solo uno strumento, un oggetto che è capitato davanti all'egoismo di lui e che lui ha utilizzato gratis. Un egoista che scrive quella frase per elogiare non lei, ma se stesso: col sottinteso che potevano essere tante a farlo innamorare, e invece nella “difficile” impresa di farlo sentire uomo c'è riuscita solo lei.
mercoledì 8 settembre 2010
Detesto questo lavoro. Ma forse chiunque detesterebbe il suo lavoro nel momento in cui i capi gli comandano di gettare alle ortiche i progressi delle ultime settimane, di ricominciare da quel punto lì in tutt'altra direzione, e di avere un mese di tempo per completare alla perfezione ogni cosa. Vietato ammalarsi. Vietato ritardare anche di un solo giorno. Vietato obiettare che si può fare solo quel che si riesce a fare. Vietato tutto. Se mi dessero un mese in più potrei rifare tutto da capo. Ricominciare da zero e abbandonare questo caos. No: il cliente esige tutto pronto tra un mese. Poco importa che sarà una terribile montagna di mezze correzioni, mezzi tentativi, mezze soluzioni... pilastri di cemento armato tenuti insieme da un filo di cotone, sperando che non tiri vento fino alla consegna... blocchi di granito uniti da pochi centimetri di nastro adesivo, sperando che la colla regga fino alla consegna... motori di navi tenuti insieme con strisce di carta velina, sperando che nessuno tenti di accenderli prima della consegna... Già, perché la consegna è il momento in cui decadono tutte le mie responsabilità. Vedete? Ho consegnato in tempo, proprio come desideravate. Vedete? Ho fatto tutto quel che mi era chiesto entro la scadenza richiesta, proprio come mi comandavate. Vedete? Ora è il cliente a lamentarsi, proprio il giorno dopo che si dimostrava che avevo compiuto l'impossibile compito che mi avevate affidato. L'importante è essere riuscito a completare la Mission Impossible senza distruggermi i nervi nell'ascoltare le impossibili richieste dei capi e le utopiche assurdità del cliente.
martedì 7 settembre 2010
Questa vecchia amica mi contatta sul MSN e apre un lungo, fastidioso, complesso discorso che si può sintetizzare così: “domenica prossima mobilita il tuo amico col Mercedes, passatemi a prendere (15 chilometri da qui) e accompagnatemi dal mio ex (70 chilometri da qui) perché sono sicura che lui le domeniche sta dal fratello e quindi potrò incontrarlo e parlargli”. Con molta delicatezza tento di farle notare che la richiesta, così minuziosamente pianificata e così chilometricamente espressa, è semplicemente comica. Comica, sì, proprio comica. Penso che tutte le donne, chi più, chi meno, sappiano essere così attente all'obbiettivo che si sono poste, da dimenticare anche il buon senso. Man mano che insisteva (senza recedere di un millimetro) mi sostituivo al suo buon senso ricordando che un “ex” che ti ha piantata non si ravvederà di certo nel vederti. Ricordando che un “amico col Mercedes” (tanto meno un amico non tuo ma mio) non è un autista a tua disposizione (specialmente nei giorni festivi). Quale impressione avrebbe poi fatto la tua sontuosa discesa dal lussuoso Mercedes in compagnia di due uomini sconosciuti? Naturalmente il pedaggio autostradale e il carburante dovevano essere a spese dell'amico, o al più mie: dopotutto lei era solo la persona da “accompagnare” (gratis), non vorrete mica pretendere qualcosa per l'onore concessovi di accompagnarla? Niente da fare: lei non recede di un millimatro. All'improvviso, visto che ho perso più di quaranta minuti in chat con lei senza concludere nulla, mi sento dire: “tu non vuoi proprio ascoltarmi. Addio”. E un attimo dopo mi cancella dai suoi contatti. Nei secondi in cui rimanevo attonito di fronte al computer riflettevo su quest'assurda malattia tipicamente femminile che ha questi due sintomi: decidere che sono amabili solo gli uomini che le maltrattano e (secondo sintomo) seguire i propri progetti infischiandosene della realtà e del buon senso. Sono due facce della stessa medaglia. La seconda faccia può essere semplice maleducazione (cioè una malattia tutto sommato curabile). Ma il riconoscere come “amabili” solo gli uomini che le maltrattano è davvero una patologia grave. Donne insoddisfatte di se stesse che desiderano soffrire ancora di più e decidono che è da amare solo l'uomo che le maltratta come se fossero stracci usa e getta.
Argomento di conversazione: “ho raggiunto i quattrocento amici su Facebook”. Lo guardo stupito. Lui, credendo opportuno prolungare il suo momento di gloria, ripete la notizia lentamente: “quattrocento amici!” Cerco di pensare a qualche risposta velenosa (tipo: “puoi andare dunque a ritirare il meritato premio”) ma non mi viene niente in mente. “Quattrocento amici”, dice a se stesso mentre si volta altrove cercando qualche altro collega a cui comunicare il supremo traguardo di onore e fama a cui è giunto.
lunedì 6 settembre 2010
Sono sempre più terrificato dalla presenza di tutti questi extracomunitari. Vedo un popolo che scompare. Il mio popolo si sta estinguendo silenziosamente. Contraccettivi, aborto, denatalità pazzesca (quante donne ho sentito dire “un figlio basta, due sono già troppi”): l'Italia non genera, l'Italia si avvia verso la sterilità. Siamo alla media di un aborto ogni tre nati, senza contare le pillole abortive e gli altri strumenti intesi a impedire la vita. Dal 1978 ad oggi, almeno quattro milioni di giovani italiani mancano all'appello, uccisi nel grembo materno a spese dello stato, cioè a spese tue e mie. Quei giovani morti vengono rimpiazzati dagli extracomunitari: serve manodopera a basso costo, servono badanti, servono prostitute. Il mio popolo non solo è sterile ma si avvia al suicidio. Un popolo pieno di speranze è sempre prolifico. Un popolo che odia se stesso è sempre sterile. Ogni extracomunitario che vedo nella metropolitana mi è straniero: tra di loro parlano la loro lingua, tendono a vestire a modo loro, a mangiare a modo loro. Anche se dotati di cittadinanza italiana, anche se capaci di parlare e scrivere in italiano, non sono italiani, non vogliono essere italiani. Si rinchiudono nei loro ghetti virtuali, come quel gruppo di ragazzi che vedo spesso in stazione: telefonini, orecchini, magliette della nazionale di calcio italiana, ma è sempre un gruppo chiuso, nella loro lingua slava, impermeabili alla cultura italiana, dall'orizzonte limitato. Assorbono alcuni dei nostri difetti (alcool, fumo, abiti scollacciati, droghe) ma nessuno dei nostri pregi. Li vedi con la maglietta della nazionale italiana, ma dell'Italia non gliene importa niente, men che meno della nazionale di calcio. Vogliono solo rimanere chiusi nei loro ghetti virtuali. Ognuno di loro è un italiano in meno, ognuno di loro rimpiazza un bimbo ucciso dall'aborto, ognuno di loro tende o alla malavita o al lavorare al posto di un italiano ammazzato tra il concepimento e la nascita. Il mio popolo si sta suicidando lentamente e silenziosamente.
Non basta il problema col datore di lavoro. Devi anche tener conto dei colleghi spioni. I delatori volontari e quelli prezzolati. Quelli che sono fieri di controllare il tuo lavoro e quelli che lo fanno nella misera speranza di guadagnare qualche favore dalle alte sfere per aver scovato un improbabile sabotatore.
venerdì 3 settembre 2010
C'è un meccanismo odioso, nell'ipocrisia di oggi, per cui la delicatezza è vista come un accusarsi. Il proverbio dice: chi si scusa si accusa. Bene. Ma certe volte i gesti che intendi fare con delicatezza vengono immediatamente applicati al “chi si scusa si accusa”. Per cui la tua ansia, o il tuo timore dell'ansia altrui, o la semplice delicatezza umana per cui non vuoi mettere in difficoltà o in imbarazzo l'interlocutore, viene immediatamente percepito come uno scusarsi. Ho impiegato parecchi anni (parecchie delusioni) prima di capire questo meccanismo odioso e perverso. Ieri mi è capitato di far tardi: non mi sono scusato per niente. Anche se con un groppo in gola, ho quasi evitato di salutare e dato direttamente direttive e notizie. In pochi attimi nessuno pensava più al mio ritardo. Non lo hanno dimenticato: lo hanno semplicemente rimosso dagli argomenti di immediata conversazione. Mi è andata bene ma l'arte di padroneggiare questo odioso meccanismo è solo per un ristretto numero di bestie feroci.
giovedì 2 settembre 2010
Fanno pubblicità di automobili che possono correre a duecentoventi chilometri orari. Benissimo. Ma tutti sanno che non si possono utilizzare sempre a duecentoventi. E nemmeno a duecento. Neppure a centottanta. Può correre fino a duecentoventi, ma normalmente è bene non superare i centocinquanta. Per i consumi, per lo stress meccanico e... per i limiti di velocità. Noi lavoratori dipendenti veniamo invece stressati al massimo delle nostre possibilità. Ed anche oltre. Il datore di lavoro, nel suo mondo surreale, si lamenta che dopo otto ore di corsa a duecentoventi chilometri orari siamo in panne. Si lamenta che dopo settimane intere passate a duecentoventi, rifiutiamo categoricamente di fare una mezza giornata di straordinario il sabato. Si meraviglia che il lunedì successivo non ci sentiamo riposati e non sembriamo pronti per rifare quei duecentoventi che lui ha letto dalla pagina pubblicitaria. Ci guarda sorpreso perché siamo uomini e non macchine.
L'hai vista sulla scala mobile e non potevi salutarla. Eri con i colleghi e avresti dovuto dare troppe spiegazioni. Non potevi neppure voltarti a guardarla per un attimo in più, perché avresti attirato l'attenzione di lei e dei tuoi colleghi. La sua immagine ti ronza nella testa da ieri e non riesci a liberarti di tanta dolcezza.
mercoledì 1 settembre 2010
Quando vedo quelle cose mi viene spontaneo dire: su, prendiamo atto dei problemi e risolviamoli in un sol colpo. Concediamo libertà di matrimonio dai 16 anni in su (14 per le ragazze), come avveniva una volta, e contemporaneamente vietiamo il divorzio, come una volta. Così chiunque sia convinto che la propria infatuazione sia “amore eterno” potrà subito coronare il suo sogno, senza favolette per idioti, senza dover “aspettare” di diventare “grandi”. Ma col divorzio reso illegale, tutti saranno costretti a distinguere tra infatuazioni passeggere adolescenziali (che capitano anche a ottant'anni di età) e amore vero. Saranno costretti a distinguere tra attrazione sessuale e sentimenti veri. Saranno costretti a guardare la bellezza interiore, perché quella bellezza che hanno a 14 anni, a 24, a 34, è destinata a sfiorire davanti ai loro stessi occhi (sebbene non così velocemente come invece avviene per coloro che si sposano dopo i trenta). Saranno tutti costretti a pensare alla gravità assoluta del tradimento, odioso anche se compiuto solo con uno sguardo o un pensiero, perché l'amore vero non ha una data di scadenza come le bottiglie di latte e l'amore “eterno” non è “eterno solo finché mi fa comodo”. Sarebbe una nuova società, questa, dove una quindicenne potrà lecitamente abbandonare la scuola per aver tempo per il marito ed i figli, dove un sedicenne potrà legittimamente abbandonare le noiose pagine di Petrarca e della trigonometria perché gli tolgono tempo dal lavoro umile ma dignitoso che gli occorre per mantenere la sua gioia (moglie e figli) a cui ha dedicato la vita, mentre viene invidiato dai suoi compagni più “adulti” (solo all'anagrafe) che insistono nel bramare un titolo di studio senza studiare, uno stipendio senza lavorare, un divertimento che lascia più annoiati e stanchi di prima, una vita da farfalloni in attesa della “donna giusta” che non compare mai, per poi essere costretti ad accontentarsi di una donna usata mille volte e che ha giurato amore “eterno” a mille uomini diversi prima di loro.
martedì 31 agosto 2010
Non ti voglio. Hai dieci anni più di me: non ti voglio. Non ti considero “vecchia” ma “troppo matura per me”: diverresti la mia insegnante, la mia mammina. Non posso volerti come donna, non ce la faccio. Nelle tue foto hai messo quelle della tua giovinezza: eri bella, ma quella bellezza ora non c'è più. Non ti voglio: hai un figlio. Non so immaginare che rapporto potrò mai avere con tuo figlio. Sarà tua proprietà esclusiva? Mi guarderà in cagnesco. Sarà da affidare a me? Mi guarderà come l'intruso. Usciremo insieme? Sarà con noi, oppure sarà la tua preoccupazione, più o meno celata, di tutto il tempo che passeremo insieme. Avrò da essere suo baby-sitter (anche se è grandicello) pensando che è il frutto di qualcuno che ti ha scopata mille volte e poi abbandonata? Non ho il coraggio di parlarti chiaro perché odio far soffrire (e soprattutto odio scoprire le mie carte). Perciò non rispondo alle tue piccole provocazioni. Non ho il coraggio di dirti che l'età e il figlio sono fattori che mi impediranno di stare serenamente insieme a te. Non ho neppure il coraggio di dirti che la foto del tuo volto mi ispira tanta tenerezza, perché tu penseresti al tuo volto attuale piuttosto che al volto della tua foto profilo di Facebook, foto scelta tra quelle che più ti ringiovaniscono, quelle che più ti rendono dolce, quelle che più nascondono la realtà della tua vita. Non voglio essere una bestia da compagnia per te e per tuo figlio.
Tutto questo tuo pubblicare su Facebook sembra diretto a me. Non hai il coraggio di dirmi che ti interesso, forse addirittura ti piaccio, e perciò inondi Facebook di tanti messaggi allusivi di cui forse solo io posso cogliere il bandolo, solo io posso cogliere la logica, solo io posso capire che in fondo mi stai chiamando. Potresti scrivermi un messaggio privato ma non vuoi sbilanciarti, hai paura che io banalizzi, hai paura di perdere l'occasione d'oro. Un diluvio di messaggi su Facebook, ognuno dei quali sembra chiamarmi per nome anche se parla di tutt'altro. Ti ronzano attorno come mosche sul miele (o sulla merda, perché per un animale lurido come la mosca, merda e miele hanno la stessa capacità di attrazione). Ti sganciano a grappoli i loro “mi piace”, ti disseminano di commenti i tuoi cambiamenti di stato, ti taggano su ogni fotina fotina fotina che “potrebbe” piacerti... Tu invece cerchi me. La tua solitudine si vede dal fatto che passi le notti su Facebook, specialmente la notte tra il sabato e la domenica, quando il resto del mondo va a divertirsi e gli assetati di compagnia si crogiolano nella solitudine.
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