No, non è successo niente di grave. Solo problemi tecnici di internet, di computer e di ossessiva sorveglianza sui dipendenti.
mercoledì 19 gennaio 2011
giovedì 13 gennaio 2011
La signorina del bar sulla sinistra della strada che scendeva verso il centro aveva una scollatura da sogno. Nel senso che i maschietti imbecilli quelle scollature le sognano, come se non avessero mai visto una donna. I maschietti meno imbecilli forse non le sognano, ma le guardano. Guardai anch'io quella scollatura mentre la barista mi passava il caffè. Aveva un'espressione distratta, come se fosse abituata a farsi guardare, come se il far vedere la sua scollatura fosse parte dei “servizi” offerti dal bar. Ripensando a lei mi viene una gran tristezza, come se risentissi i pensieri di tutti gli avventori del bar. Una donna così si “ammira” solo in funzione dello spettacolo (e magari della prestazione) che vogliamo che ci offra. Non è più una donna da ammirare, non è un cuore da amare, non potrà mai essere la donna che ti sta accanto nei momenti di dolore e di sofferenza: era solo una donna da utilizzare, era solo un oggetto. Quando c'era il pudore, ci sarà stata anche la bigotteria, ma si poteva ancora guardare una donna ammirando tutte le caratteristiche, non solo la merce sessuale messa in esposizione.
mercoledì 12 gennaio 2011
Lei gli pose una specie di ricatto. O portiamo alla luce del sole questo nostro fidanzamento oppure ti lascio. Ma qualche anno dopo aver dichiarato a tutto il mondo alla luce del sole quel fidanzamento, lei trovò una scusa per lasciarlo ugualmente. Se un amore ha bisogno di ricatti, vuol dire che non è amore. Se un amore ha bisogno di menzogne, piccole o grandi che siano, vuol dire che non è amore, ma è solo un comodo stare insieme. Lei aveva tutte le ragioni di questo mondo a voler essere “ufficialmente fidanzata”. Ma il fatto stesso che ebbe la forza di pretendere così perentoriamente quel passo significava che non era un “amore” ma uno “stare insieme”.
Certe cose vengono “bestemmiate” senza capirle. Credono di darsi un tono inveendo contro ciò che non conoscono. L'unica tradizione che abbiamo conservato dai nostri nonni sono solo quelle parole che non comprendiamo più. Proprio come i bambini che per sentirsi al centro dell'attenzione dicono parole di cui non afferrano nemmeno lontanamente il significato. Come se fossero parole magiche. Sanno solo che quelle parole generano strane sensazioni agli adulti.
martedì 11 gennaio 2011
Pensava a lei quasi ogni giorno. Senza muovere le corde vocali, ma con la bocca spalancata come se stesse urlando, immaginava di chiamarla a gran voce e di sentire l'eco solitario in mezzo a quelle ruvide pareti in cemento grigio. Lei naturalmente non rispondeva. L'ultima volta che aveva sentito la sua voce era stato due anni fa. Di frequente architettava qualche complessa giustificazione per chiamarla, ma poi lasciava perdere perché sapeva che lei avrebbe capito che era tutta una scusa. Lei non ne voleva più sapere di lui. Amici sì (ma con un grosso distacco), e nient'altro. Più passava il tempo e più la distanza aumentava e più si facevano complesse le costruzioni di fantasia su come incontrarla, come parlarle ancora, come dirle che la amava e che era pronto a tutto per lei. Ma lei non ne voleva sapere. Aveva riempito un intero quaderno con le poesie scritte per lei e con i disegni in cui si figurava i posti degli incontri romantici con lei. Si era ripromesso di darlo alle fiamme quando avesse saputo che lei aveva un uomo. Ma un giorno, dopo aver fantasticato ancora di incontrarla capì che aveva ideato un altro piano impossibile, si disse “nemmeno questo funzionerebbe” e strappò malamente il quaderno. Prese i fiammiferi e diede fuoco lì nella ceneriera. Rise un po', pensando che le lacrime che aveva cominciato a versare poteva giustificarle col fumo.
Stamani mi domandavo quanto tempo avesse passato la gentile signorina davanti allo specchio e alla cassettiera del trucco. Un restauro in piena regola, senza economia di mezzi. Non doveva essere un'occasione importante perché era abbigliata in maniera normale (cioè idiota: la tipica “eleganza femminile” oggi consiste nell'abbigliarsi da cretine). Siamo nella società dei trucchetti. Sul catalogo trovi il prezzo “iva esclusa” e nella metro trovi la signorina tutta truccata.
lunedì 10 gennaio 2011
Scena finale del film: il super buono vendica la propria moglie e i propri figli ammazzando con somma ferocia il super cattivo. Titoli di coda. Uscita dal cinema. I parenti del super cattivo fanno ammazzare i parenti del super buono. Nella vita reale la faida finisce solo quando non c'è più nessuno da colpire e ammazzare. Nei film finisce dopo una novantina di minuti, con l'inevitabile scena della vendetta finale.
venerdì 7 gennaio 2011
Poche cose sono noiose come una festa di compleanno. Come sempre, uno degli invitati è al centro dell'attenzione con le sue battute, i suoi racconti, le sue barzellette. Si consumano delizie preconfezionate: Coca Cola al sapore di bottiglia di plastica, pizza al sapore di preconfezionato, birra al sapore di lungo-periodo-in-frigo, dolci al sapore di supermercato. Nella banalità generale buona parte dei maschi cerca di osservare la scollatura di qualche femmina (con questo freddo trovano modo di esporre pezzi del proprio corpo), come se non avessero mai visto una donna in vita loro. Qualcuno più scoppiato tenta miseramente di farsi bello agli occhi di qualcuna più timida, nella disperata (e molto remota) speranza di fidanzarsi entro fine serata. Le coppie già fidanzate si scambiano effusioni che sanno di plastica più dei bicchieri, solo per mostrare a tutti di essere una coppia (dunque solo per vanità e per noia). Finalmente viene il momento finale della torta, dello spegnimento delle candeline e della fastidiosissima canzonetta di auguri. Dopo l'ennesima recita (quella dei convenevoli finali), finalmente si può tornare a casa. Tornavo con la pancia terribilmente gonfia. Ho ottemperato ad un obbligo sociale, un inutile obbligo sociale. Ho partecipato alla fastidiosa colletta per il fastidioso regalo (costoso e inutile). Che terribile noia, che orrenda messinscena, che squallida recita di frasi fatte. Tornando a casa col ventre che scoppiava (forse ho mangiato tanto solo per non essere costretto a dir qualcosa) ripensavo a quante altre feste di compleanno avrei dovuto ancora subire in futuro prima di potermi emancipare da quel nauseante obbligo sociale. Non ci sono ancora riuscito, ma per fortuna la quantità di feste obbligatorie è diminuita molto.
Sogno sempre qualcosa. Desidero sempre qualcosa. Ho sempre voglia di qualcosa. Mi manca sempre qualcosa. Ho sempre nostalgia di qualcosa. Specialmente quando raggiungo un risultato, soprattutto quando mi accorgo che ho ottenuto una delle cose che volevo fino a un attimo prima. Ma se davvero ottenessi tutto, questa mia sete si placherebbe? O almeno: si ridurrebbe? No. Mi volterei dall'altra parte, uggioso e annoiato più di prima, dicendomi: “bene, ed ora?”
Quante decine di volte ho riascoltato quella stupida canzone. Non decine, centinaia. Quante volte ho ascoltato quelle stupide parole che raccontano di una stupida infatuazione. Quante volte ho involontariamente recitato quelle stesse parole, in preda all'ottundimento e alla noia. Sono diventato un ripetitore di quello stupidario con cantilena. Uno stupidario costruito su una musichetta da cantilena, attorno alla quale c'è un enorme vortice di denaro. Se sono troppo sentimentale, se su questo blog scrivo troppo di affari di cuore, è perché ho ascoltato milioni di canzonette d'amore come quella.
giovedì 6 gennaio 2011
Robin Hood era un ladro. Volevano spacciarmelo per eroe ma sapevo che era un ladro. Ruba ai ricchi per dare ai poveri ma i poveri furono poi subito rintracciati dalla magistratura mentre i ricchi intentavano cause miliardarie e Robin Hood scappava. Un giorno Robin Hood ebbe un incidente sul “lavoro”: fu la sua fortuna, perché il ricco che stava per essere derubato non poté suonargliele di santa ragione.
Mi torna in mente di quando eravamo così vicini e di quando ci ripromettemmo di andare un giorno al mare, insieme, per goderci la spiaggia e le conchiglie, per abbrustolirci al sole e spugnarci di acqua salata. Non ci andammo, ma in quei cinque minuti che ne parlammo entrambi così entusiasti, ci siamo riempiti di ricordi. Ancora oggi è come se rivedessi le foto di noi due al mare. Chissà dove sei oggi. Chissà se sei mai stata al mare. Chissà se hai qualche conchiglia nel tuo portaoggetti sul comodino. Chissà quale è l'uomo che ti dice “ti amo” tutti i giorni. Chissà.
mercoledì 5 gennaio 2011
Leggo sul muro della stazione che un “ragazzo bellissimo” cerca “ragazze bellissime”. Quella scritta è l'espressione di una solitudine idiota. Vuole entrare nel club di quelli che dicono “no, oggi non posso, sapete, la mia fidanzata mi chiedeva di”. Quel “bellissime” non è un requisito fondamentale, ma è solo un modo di elogiare le ragazze che lo contatteranno (qualora ne esista almeno una). In questa strana epoca di strano libertinismo, di ossessiva socializzazione, di internet e telefonini, la solitudine regna incontrastata. Viene nostalgia delle epoche in cui il pudore regnava sovrano, le epoche in cui (così dicono) la bigotteria imperava, perché la solitudine non esisteva, l'anima gemella la si trovava sempre. Erano epoche in cui a vent'anni si era già sposati e con figli, anche se non si era bellissimi. Si era sposati con una donna magari non bellissima ma certamente fedele. E se pure non riuscivi a trovare una donna, te l'avrebbero trovata amici e parenti. E siccome il matrimonio era considerato sacro e indissolubile, l'amore sarebbe sbocciato anche con una sconosciuta, perché lui e lei erano protetti dalla società e dai familiari, e sapevano tutti cosa significava quel “finché morte non vi separi”. Si diventava nonni a quarant'anni, con ancora tutta la vita davanti e senza rimpianti sulla propria gioventù. Oggi invece tutti possono “scegliere”. Oggi tutti possono scopare prima del matrimonio. Oggi tutti possono tutto, ma sono invasi dalla solitudine. Forse era meglio nell'epoca dei bigotti e del pudore: lì, almeno, volente o nolente, a vent'anni avevi moglie e figli, mentre oggi a trenta sei ancora single e a quaranta sei un triste divorziato.
Quanto odio i Favolosi Anni Sessanta. Dopo mezzo secolo ripropongono ancora quelle canzonette stupide. Negli anni Settanta le riproponevano, negli anni Ottanta le riproponevano, negli anni Novanta le riproponevano... La stupidità è rimasta. Le canzonette successive ai Favolosi Anni Sessanta sono ugualmente stupide, ma almeno c'è più ritegno a chiamarle Favolose.
martedì 4 gennaio 2011
Per quel dolore alle gambe, le basterebbero esattamente quei quindici giorni di cura. Perché non ci va? Non può dire “costa troppo”. Non ci va per pigrizia. Non ci va perché ha paura delle cure. Non ci va perché ha paura di spendere quei soldi. Viviamo immersi in paure irrazionali giorno per giorno. Un pomeriggio intero a rimpiangere la monetina da un euro perduta alla stazione (ci fa ribrezzo il volto della donnaccia che si sarà avventata sulla monetina)... e poi bruciare una banconota da dieci euro per una stupidata qualsiasi di cui non ricordiamo più nulla. Paura e sdegno per una monetina da un euro e nessun rimpianto per la banconota da dieci, cento, cinquecento che vola via per un'inezia. Sono le paure ad ingrandirci e ridurci il valore dei pochi soldi che ancora abbiamo in tasca. Le costa quindici giorni di cure, e passi; ma il costo in euro la spaventa e la terrorizza, perché “con gli stessi soldi potrei”. La paura ha anche un nome: “con gli stessi soldi potrei”. Poco importa il dolore alle gambe: “con gli stessi soldi potrei”. Una vita piena di paure (anche se già smentite, restano paure) e piena di “potrei” (anche se mai realizzati, restano sempre dei “potrei” che minacciano di entrare in azione).
La signora ha i suoi acciacchi, non ce la fa più a tener testa al figlio bamboccione. Deve già dirsi fortunata, perché il bamboccione si contenta di internet piuttosto che di serate con gli amici: un mese di abbonamento internet costa meno di una serata al pub. L'acciaccata donna ha fatto di tutto per far emergere il bamboccione, ma il mercato, l'economia, la finanza, hanno annullato e ridicolizzato gli sforzi di un'intera vita, più della stessa bambocceria del figlio. La signora sa che il suo funerale si avvicina di pari passo alla rovina definitiva del figlio, ma non è consolata dal vedere le varie strade prese dai figli delle sue coetanee.
lunedì 3 gennaio 2011
“Hai paura di farti vedere in giro con me?” Sì. Ho paura perché so che per te l'andare al cinema non significa vedere un bel film ma significa dare spettacolo, mettersi in mostra, vendicarsi di qualcosa o di qualcuno, far sapere a tutto il vicinato con chi stai andando e insinuare chissà cosa ad uso di chissà chi. A trent'anni hai deciso di essere una donna imprevedibile, cioè hai deciso di ritornare ad essere la bambina capricciosa che sei sempre stata, ma stavolta con una marcia in più. Ma forse ti comporti così solo perché hai paura di scoprirti innamorata di qualcuno. Hai paura di contraddire l'idea di eterna zitella che da anni ti sei autoimposta. Sul timore di apparire incoerenti si potrebbe riscrivere l'intera storia dell'umanità.
Gli hanno rubato il ciclomotore. La notizia non è il furto. La notizia è che lo aveva pagato (forse ancora non ha finito di pagarlo) con la misera paga da garzone. Vorrei che ogni ladro, prima di rubare qualcosa, venisse messo a confronto con le conseguenze di ciò che farà. Ma è un desiderio stupido, perché il criterio del ladro è “rubare quel che capita, facendo attenzione solo a non essere beccato”. Ecco perché vengono derubati solo quelli incapaci di una reazione sproporzionata. Neppure il drogato completamente rimbambito oserebbe toccare il Mercedes dell'avvocato penalista. Ma il Mercedes del cardiologo sì, studiano per mesi il modo di penetrare nel box senza far scattare l'allarme. Sono due Mercedes uguali. Al primo serve per darsi un tono, al secondo serve per correre in sala operatoria con qualsiasi condizione meteo e in qualsiasi momento lo chiamino. Al ladro non interessano queste sottigliezze. Andrà a derubare il secondo perché sa che il secondo non avrà mai tempo da buttare per vendicarsi. Al ladro basta l'occasione per rubare e l'idea di rischiare poco. Come per quel vecchio ciclomotore.
Iscriviti a:
Post (Atom)