Ecco un'altra nuova amica. Solito rituale dello scandagliare il suo album fotografico. Ecco le foto in spiaggia. Solito rituale del compulsarle compulsivamente una per una. Bah, pancetta. Bah, linea non eccezionale. Bah, anche lei è “sexy” soltanto perché espone le sue carni alla vista di noialtri maiali. Mi chiedo: perché le sto guardando? Mai vista prima: che urgenza c'è di osservarne la dotazione sessuale? Perché non riesco a fare a meno di eseguire questo rituale? Non sono il solo: a giudicare dai numerosi commenti, sono in tanti ad essere passati e ripassati su quelle foto prima di me. Un rituale a cui non riusciamo a sottrarci. Come se chiedessimo ad una donna appena conosciuta: mostrami il tuo corpo coprendo solo il minimo indispensabile (nel migliore dei casi ne ricaveremmo sganassoni, imprecazioni e la nomea di maniaci sessuali). Nell'ammettere vergognosamente a me stesso che lo faccio solo per inveterata (e apparentemente invincibile) abitudine da maiale, ricomincio a chiedermi perché siano così numerose le donne che lasciano a disposizione del resto del mondo le foto in cui si mostrano in pose provocanti (non solo quelle in costume da bagno). Come se fossero prostitute a caccia di clienti (ah, oggi si chiamano con nomi più eleganti, per esempio “escort”). Oggi il concetto di bellezza femminile è qualcosa di maialesco, è qualcosa di volgare. Quell'esposizione di curve, fatta da donne con ogni probabilità convintissime di non essere né belle né in forma, è il risultato concreto della loro vanità, che non serve ad altro che a far sognare maialoni che non saranno mai una parte della loro vita. La scrofa si mette in mostra, il maiale guarda, fine della storia. Vanità da una parte, maialismo dall'altra: e la solitudine resta uguale a prima.
giovedì 30 settembre 2010
mercoledì 29 settembre 2010
“Io sono la via, la verità e la vita” recitava lo striscione che il parroco fece affiggere tra due edifici. Tutte le autovetture ci passavano sotto, non potevano ignorarlo. Anch'io, a piedi, ci passavo sotto e pensavo a quanto sia cretino quel parroco. Penso che il parroco sia un cretino perché i miei problemi non vengono risolti da quelle parole. Quelle parole non mi rasserenano: la mia vita sembra essere lontana mille miglia. Subisco mobbing, vivo in una casa da terzo mondo, non trovo una donna adatta a me, la salute scricchiola, i soldi non bastano mai. Quelle parole non mi rasserenano, non mi danno un filo di speranza: mi sembrano parole vuote, come se fossero fatte solo per chi è già “dentro” quella cosa. Lo striscione recitava: “Io sono la via, la verità e la vita”. Tutto qui? Se ci fosse stato scritto “lotta di classe” oppure “frigocongelatore a 299 euro” sarebbe stata la stessa cosa. Lo striscione andava bene negli anni trenta, negli anni quaranta, quando le parole non erano inflazionate come oggi, quando una frase implicava un solo unico preciso significato, quando non c'era un diluvio di parole come oggi. Quelle parole non sono fatte per stare su uno striscione. Lo striscione rappresenta solo la voglia di mettersi in mostra di un parroco ormai ignorato da tutti, un uomo che vive nel suo mini-club di cui è rappresentante locale, con le sue sempre meno numerose vecchiette (che si estinguono per cause naturali e vengono sempre più raramente sostituite da altre vecchiette). Quello striscione è come un grido: “ehi, esisto anch'io! ehi, io sono importante perché ho da dire qualcosa di importante!” e nonostante tutta l'ipotizzabile importanza, nessuno si cura più di lui. Quello striscione recita delle parole a cui nessuno dei cittadini dà importanza, quello striscione rappresenta solo il tentativo di un parroco di dimostrarsi esistente agli occhi del 99% degli automobilisti e dei passanti che lo ignoravano prima e continueranno ad ignorarlo adesso. Quelle parole non dicono più nulla perché sono come gocce d'acqua versate nel mare. Il mondo cattolico è in via di estinzione perché si è ridotto a ripetere slogan, come se determinate sequenze di parole (“la-via-la-verità-la-vita”) fossero formule magiche tali da risvegliare l'interesse di chi ha problemi seri, concreti, reali (come il mobbing, come la salute, come i soldi, come la vita sentimentale). Il mondo cattolico non affonderà travolto dagli scandali; al contrario, affonderà travolto dagli sbadigli.
martedì 28 settembre 2010
“Sono l'unico senza laurea ma almeno sono utile” pensò mentre inseriva su Facebook le foto in cui si vedeva il giardino rigoglioso (cioè l'apparenza di un giardino rigoglioso: dopo neanche due ore di lavoro era sfinito, aveva calcolato male le proprie forze e aveva dimenticato di avere due ore scarse di luce del giorno). Ricordando la stanchezza della sera prima disse tra sè e sè: da domani tutti (e dico tutti!) dovranno dare al giardino due ore alla settimana, istituiremo dei turni, distribuiremo mansioni, darò dei compiti. Il giardino fino a ieri era stato trascurato, ma da domani non sarà più così. Non posso fare sempre io tutta la fatica. E che importa se qualcuno lamenta che il giardino non serve a nessuno? Qui tutto va tenuto in ordine, perché il disordine esterno è sintomo di disordine interno, cioè mancanza di rispetto e mancanza di disciplina: qui nessuno è autorizzato al disordine. E poi un po' di lavoro manuale non fa male a nessuno, men che meno a dei laureati. Meno male che ci sono io a pensare a tutte queste cose: qui nessuno si muove, finisce che devo sempre pensare a tutto io. Ma da oggi si cambia, da domani il giardino sarà degno del suo nome. No, questa foto non la metto perché sulla destra si vede che non ho completato...
“Sono cicciona ma almeno sono utile” pensò mentre inseriva su Facebook le foto in cui si vedeva bene che lei è sempre “impegnata nel sociale”. Non accettando di avere quella manciata di “chili di troppo” (“troppo” rispetto al dogma televisivo di Velina) tenta perciò di compensare con una “utilità”. Tenta di riempire la vita di significato. Anzi, tenta solo di ottenere l'etichetta di riempimento; non vuole riempire di significato, vuole solo che si sappia in giro che lei, con i suoi ottantasei chili di peso, è “impegnata nel sociale”. Sotto sotto vuole che si pensi di lei: “non sarà snella come una velina ma è impegnata nel sociale, ed il sociale oggi è importante, guardala come è impegnata, sì, nel sociale, è impegnata nel sociale, guardala, è proprio impegnata nel sociale, lei sì che è impegnata, è giusto che qualcuno di buona volontà e di grandi virtù si impegni nel sociale...” Il sociale deve ringraziare Madre Natura perché esistono delle persone tragicomicamente convinte che la bellezza sia solo quella delle veline e che la mancanza di bellezza significhi mancanza di utilità.
lunedì 27 settembre 2010
Quando mi vieni in mente, ancor oggi prorompo istintivamente in una smorfia di dolore. Dovevi amarmi, mi hai trattato freddamente. Ti amavo, mi trattavi come un estraneo. Di fronte a persone a noi care, mi guardavi come uno scarafaggio sulla torta. Perfino quando dicevi di amarmi avevi la freddezza di una previsione meteo. Tutti sapevano che non mi amavi e perciò mi escludevano da ogni “giro” che contemplasse anche la solo ipotetica tua presenza: invitavano te e lasciavano fuori me, perché tu mi isolavi. Quel tuo non amarmi mi costava un assurdo isolamento. A poco a poco i rapporti con gli altri divennero puramente formali: non per volontà mia, ma perché nessuno voleva perdere il tuo favore. Ogni giorno, ogni santo giorno ho tentato di porre rimedio. Non potevo farti regali perché li avresti accettati ritenendoli un tentativo di comprare il tuo favore. Non potevo dirti dolci parole perché le ritenevi melensaggini inutili. Non potevo parlarti delle piccole cose della vita perché eri capace di estrarre secondi significati e secondi fini da ogni piega del mio discorso e riversarmeli addosso come accuse infamanti. Per tanto tempo mi sono ostinato ad amarti e rispettarti. Ho cambiato le mie abitudini per te, il mio modo di parlare, i miei orari, ho straziato la mia vita per esserti il meno fastidioso possibile: facevo solo ciò che sembravi accettare. Ma la tua ostilità non è mai venuta meno. Solo su un punto fui irremovibile: volli a tutti i costi che tu parlassi chiaro. Non mi mandavi via e perciò non me ne andavo via. Ogni santo giorno, nell'aprire gli occhi appena svegliato, avevo paura che tu mi dessi il benservito. Ogni giorno nasceva col timore che tu interpretassi male qualche mio gesto passato, qualche mia parola, qualcosa di cui avevo dimenticato da tempo ogni dettaglio. Mi ostinavo ad amarti, un amore cieco e ostinato. Diventasti fiscale e di una freddezza incomprensibile: ingoiavo ogni rospo, sopportavo ogni dolorosa puntualizzazione su questioni ridicole. Ma fui irremovibile. Cominciando da quel giorno in cui sbottai e ti chiesi: se mi dici tutto questo, vuol forse significare che mi stai mandando via? Non avesti il coraggio di rispondere. Fu quella la conferma che non mi avevi mai amato. Fui irremovibile: ogni volta che mi parlavi non resistevi alla tentazione di contestare qualcosa della mia vita (io che avevo cambiato tutta la mia vita per piacerti almeno un po'!), ogni volta che mi frustavi con quelle tue gelide parole, avevo preso a chiederti: ma con questo cosa vuoi dire? Alla fine decidesti che non ne potevi più di quell'imbarazzante domanda e mi rispondesti: sì, non possiamo più stare insieme. Piansi come un bambino per interi minuti. Ti amavo davvero, e quella fu la prova definitiva: ti chiesi scusa del fatto che piangevo, convinto che i miei singhiozzi disturbassero la tua quiete. Mi lasciasti piangere a lungo, con la stessa indifferenza di chi aspetta un treno in ritardo. Ti salutai ringraziandoti con sincerità per il tempo passato insieme (tra le lacrime trovavo ancora il modo di usarti tanta delicatezza) ed uscii. Sulle scale asciugai quanto possibile delle lacrime. Inforcai gli occhiali da sole perché nessuno vedesse quei miei occhi rigati di lacrime. Una volta fuori dal portone presi la strada in salita. C'era il sole: camminai per qualche chilometro in periferia, deciso a tornare a casa solo nel momento in cui i canali lacrimali fossero abbastanza asciutti. Smisi di piangere dopo tre giorni, ma per interi mesi (mesi interi!) il mio volto, nella posizione di riposo, manteneva senza mia volontà quella strana espressione di chi sta per dire: “ma possibile?” Anche quando non ci pensavo, i muscoli ai lati della bocca e del collo erano in tensione come se stessi per dire: “ma possibile?” Il ricordo di quanto ho amato è diventato poi dolore, dolore che provo ancora oggi. “Ma possibile?” Una smorfia di dolore, come un tic silenzioso, nei momenti in cui riappaiono davanti ai miei occhi i tantissimi piccoli gesti e le infinite piccole parole che usavo per mostrare il mio amore per te nel modo che a te piaceva. Ma non mi hai mai amato. Dal primo giorno all'ultimo giorno, non mi hai mai amato. Non ho mai avuto il coraggio di maledirti, nemmeno quelle volte (succede ancora, seppur più raramente) in cui mi svegliavo nel pieno dela notte con un nodo alla gola ed alzando le braccia gridavo in silenzio, muovendo solo le labbra, quella domanda piena di angoscia: “ma ti amo! non vedi che ti amo? cosa posso fare per mostrarti che ti amo?” Non mi hai mai amato, ma quel che è peggio è che non hai mai avuto il coraggio di dirmelo. Un giorno uno dei miracoli in cui non crediamo ci farà nuovamente incontrare. Ti amo ancora e sarò pronto a riabbracciarti in lacrime avendo già dimenticato tutto, anche se sarai di nuovo diffidente, sospettosa, profondamente (e ingiustamente) convinta che la mia sarebbe solo una messinscena per poter vendicare almeno qualcosa di ciò che mi hai fatto passare.
venerdì 24 settembre 2010
Ecco un'altra “richiesta di amicizia” da parte di una donna che non conosco. Il successo di Facebook, come di quasi qualsiasi altro strumento, dipende all'uso improprio che se ne può fare: Facebook nasceva per trovare gli amici di sc uola ed è diventato tutt'altro. Con la donna che mi fa questa “richiesta di amicizia” vedo che ci sono “12 amici in comune”, ma io questa signora non la conosco. Nel cliccare per accettare l'amicizia, il primo pensiero è di uscire con lei. Un secondo dopo (sì, proprio un secondo dopo) scopro che ha una figlia adolescente. Dunque è stata sposata (forse lo è ancora) ed è tuttora mamma: due ottimi motivi per non corteggiarla. Potrei già azzerare questa cosa che il Facebook chiama “amicizia”, perché tra me e lei non c'è niente. Ma non lo faccio perché sono pigro ed ancor più perché mi piace vedere il numeretto del conteggio amicizie aumentare ancora. Più aumenta quel numeretto e più mi rendo conto che gli amici che conosco di persona sono una percentuale sempre più piccola. Più aumenta quel numeretto e più le amicizie normali (non dico le rare “amicizie vere”) sembrano diminuire. Tutta questa tecnologia, nel momento in cui sembra spazzar via la solitudine, ottiene invece l'effetto opposto. Ci fanno compagnia i numeretti. Ci sentiamo soli e ci coccoliamo i numeretti. Un collega di lavoro festeggiava il traguardo delle quattrocento amicizie ed io temevo che lui ripetesse quello stesso rituale festivo per ogni successiva cifra tonda.
giovedì 23 settembre 2010
mercoledì 22 settembre 2010
Una volta mi innamorai a prima vista di una donna che avevo visto solo in una immagine porno. Dopo un po' di tempo riuscii a scovare il suo presunto nome. Dopo ulteriori ricerche, anche la presunta città in cui viveva. Quando avevo già deciso di percorrere migliaia di chilometri per stare qualche giorno a passeggiare in quella città (sperando di vederla), scoprii che era protagonista di film porno. Solo in quel momento mi resi conto di essermi innamorato di un pezzo di carne che era normalmente utilizzato con cinismo da loschi bruti. Una donna è molto più della sua carne e della sua bellezza. E quando quella carne viene violentata e quella bellezza sfruttata, ti viene un magone che non finisce più. Le pornostar sono donne infelici. Falsi sorrisi, falsi godimenti, tutto falso.
martedì 21 settembre 2010
Una volta, forse, esisteva una società in cui il lavoro aveva a che fare con la dignità della persona. Una società in cui non importava cosa facevi, ma importava che lo facevi bene. Una società di gente semplice, di poveri, di poveracci e di straccioni che costruiva cattedrali, pur abitando in catapecchie, incuranti del fatto che solo i loro nipoti avrebbero vista completata l'opera. Una società in cui non contavano le date di consegna, dove nessun capo urlava “entro il mese”, “entro la settimana”, “entro domattina”. Una società dove i dirigenti erano grati e rispettosi dei loro sottoposti, specialmente i più umili. Una società dove le paghe e il vitto, dai livelli più alti ai livelli più bassi, differivano poco. Lavoratori che edificavano cattedrali senza utilizzare altro che martelli, assi di legno, carriole improvvisate. Senza elettricità, senza motori, senza chimica né tecnologia. Terremoti e calamità non hanno intaccato Santa Maria del Fiore a Firenze, non hanno rovinato il Duomo di Milano, non hanno distrutto la Basilica di San Pietro. Dal progetto alla realizzazione, tutti avevano lavorato orgogliosi del loro lavoro, perfezionisti nel realizzarlo, senza barare, senza approssimare, senza affrettarsi, senza fingere di aver completato il lavoro della giornata, senza combattere la lentezza nelle consegne, senza rubare i materiali e gli strumenti, senza aver bisogno di mettersi in mostra con la dirigenza. I loro nomi, a noi illeggibili, sono scritti in ogni pietruzza. Una vita intera in un lavoro manuale, faticoso, meccanico, ma soddisfacente, ben fatto, umano, senza inseguire scadenze, senza sottostare a date impossibili e requisiti irrealizzabili, senza dover mai ricorrere a sotterfugi e trucchetti per evitare sgridate e rappresaglie. Una vita intera a lavorare per qualcosa di maestoso e senza l'incubo del capo con le sue scadenze, le sue manie, le sue fissazioni, le sue odiose esigenze, i suoi fastidiosi ed ipocriti ragionamenti sul tempo e sul denaro.
Nelle galere romane eri incatenato al tuo lavoro e passava l'aguzzino con la frusta a risvegliarti quando necessario. Ora non ci sono più catene. Ci sono le malattie professionali, quelle vere, non quelle certificabili dalla ASL. Cioè il mobbing, lo stress, la riduzione a larve obbedienti che lavorano meccanicamente, la trasformazione in bestie permalose e terrorizzate da qualsiasi cosa e che scaricano sugli altri il lavoro perché hanno (legittimamente) paura di incredibili complicazioni. La prima malattia professionale è la sfiducia nei propri colleghi e nei propri dirigenti. La grande malattia non riconosciuta è il capo che ti guarda con fastidio anziché esserti grato per ciò che hai fatto e che lui ancora non ha saputo riconoscere. La più terribile malattia professionale è dover realizzare cose impossibili in tempi brevissimi per un capo che sa solo minacciare velatamente. Il lavoro, oggi, può toglierti la salute più di quanto non potesse la galera romana con le sue fruste, le sue catene e i suoi remi.
Qualsiasi discorso sul lavoro deve partire necessariamente dal rapporto di fiducia tra persone. Mi viene chiesto un sacrificio (sì, ancora un sacrificio, un altro sacrificio, ed ancora un altro ed un altro ancora): ma possibile che debba sempre essere io a sacrificarmi? La società di oggi è una società di schiavisti. Ci definiamo liberi perché nessuno ci chiama schiavi, ma il mondo del lavoro è fondamentalmente schiavista, essenzialmente schiavista. Non c'è un rapporto di fiducia, ma una sudditanza. Non c'è una fiducia ma un ricatto. E' un mondo dove è diventato necessario il sindacato: ma in poco tempo anche il sindacato ha tradito il suo compito, cercando il proprio vantaggio sotto la misera scusa del vantaggio dei lavoratori. Bisogna essere giovani o stupidi per credere ancora nel sindacato. La fiducia tra lavoratori e datori di lavoro è un relitto del passato. La stessa istituzione sindacato è un relitto del passato sopravvissuta alla sua funzione originaria, alla sua utilità, al suo significato. Come tutte le burocrazie. L'unica istituzione rimasta è lo schiavismo: non ha più quel nome ma è più furioso di prima.
Non è il mondo che è ostile. Sono le persone a rendere apparentemente cattivo il mondo. Sono alcune persone. In fondo siamo tutti egoisti, ma ci sono alcuni che sono più egoisti degli altri. Non so perché, ma questi ultimi mi sembra che finiscano sempre ai posti di comando. Prendere decisioni sulla pelle degli altri è una grandissima responsabilità. Un generale vero dovrebbe soffrire per ogni graffio di anche uno solo dei suoi soldati. Invece quei generali trattavano le loro truppe come pedine. Così i dirigenti dell'azienda. Ai loro occhi noi non siamo persone: siamo “risorse”. Pedine spostabili a piacere. Pedoni sacrificabili a piacere, tanto per aprire un varco per un alfiere o una torre.
Passi la vita ad aspettare. Aspetti anche più di quanto ti sia chiesto. Ti dicono che l'attesa non basta, ti gridano che non è ancora il momento. Ti urlano che hai troppa fretta. Loro sono incapaci di aspettare cinque minuti e comandano te di aspettare cinque mesi. Che poi diventano venticinque, e non gli basta ancora. Il mondo è pieno di mezzi uomini incapaci di decidere per un sì o per un no e dichiararlo subito. Sono mezzi uomini che fanno pagare a te la loro indecisione. Fanno pagare a te la loro incapacità. Fanno aspettare te perché non hanno voglia di impegnarsi. Lo fanno perché stanno al comando, hanno il potere di decidere, comandano senza aver mai obbedito, impongono senza aver mai subito imposizioni. E ti guardano beffardi dicendoti: tanto per te sarà la stessa cosa, uno più, uno meno.
lunedì 20 settembre 2010
Il modo migliore per tener lontana una donna è dare l'impressione, a coloro che le stanno intorno, che ti sei invaghito di lei. Così il suo orgoglio farà il resto e la terrà alla larga da te. Le donne vogliono essere desiderate ma non vogliono essere chiacchierate senza avere il controllo della discussione. Vogliono mettersi in mostra ma vogliono avere il controllo del palcoscenico. Vogliono poter dire: si è innamorato di me ma io lo respingo, vedete? Lo respingo, non mi interessa, alzo la posta in gioco, deve compromettersi in maniera tale da sbalordirvi. Meccanismo talmente collaudato, che per tenere lontana una donna basta agire leggermente su quella leva.
venerdì 17 settembre 2010
Ogni uomo cerca la sua principessa, la sua donna ideale. Il peggior risultato lo ottengono quelli che con la fissazione dell'aspetto fisico. Se proprio troveranno quella ideale, è matematicamente certo che verranno coperti di corna. Avranno un magone infinito quando la vedranno sfiorire. Sopporteranno ogni giorno pene da girone dantesco, che tenteranno di aggirare col cinismo, con l'ipocrisia, con la stupidità. Quanto più una donna è sexy tanto più la sua psiche ne risente. Abituata ad ottenere più degli altri, ad essere perdonata più spesso degli altri, a ricevere più attenzioni di quante non ne meriti, finirà inevitabilmente per “monetizzare”. Cioè per prostituirsi. Sarà incapace di soffrire e di sudarsi ogni più piccolo traguardo. Nel pretendere ciò che non le è dovuto si sentirà addirittura innocente. Scarterà i pretendenti così come si scartano col rastrello le foglie secche in autunno, finché un mattino si dirà senza apparente ragione che è ora di accasarsi. Qualche stupido penserà di averla conquistata (senza sapere che è stata sempre lei a guidare il gioco) e conscio della bellezza di lei si sentirà sempre costretto a mostrarsi “adeguato” (e soprattutto costretto a non farlo notare). Il girone dantesco prende forma. Mi viene in mente uno che ha passato molti anni con una donna bellissima. Era invidiato da tanti, e cercava di farsi invidiare (anche lui intendeva “monetizzare” la presenza di quella donna: sia per soddisfare il proprio ego sia per dimostrare al resto del mondo che era legittimo ammazzarsi così di sacrifici per assecondarla... circolo vizioso). Oggi lui è in carcere. Che fine misera. Era quello che a letto aveva a disposizione quella donna lì (che essendo stata “di tanti” era come se non fosse sua, nonostante il matrimonio) e il cammino a spirale nel girone dantesco lo ha portato al carcere. Se avesse scelto una donna vera, cioè quella non definita quasi totalmente dal proprio corpo, la vita sarebbe stata diversa (e quasi certamente senza carcere).
giovedì 16 settembre 2010
Figuracce. Figuracce che mettono tensione. Agitano una serie di emozioni. Aumentano lo stress. Si diventa ansiosi. Anche chi non è ansioso finisce per diventarlo. Tempi di consegna. Qualità da rispettare. Situazioni imprevedibili da prevedere, gestire, correggere. Chi compie materialmente il lavoro dovrebbe avere la sfera di cristallo. Chi pianifica un lavoro si illude sempre che coloro ai quali lo assegnerà sono già dotati di infallibile sfera di cristallo, nervi saldi, salute d'acciaio, voglia incontenibile di far guadagnare milionate al padrone contentandosi delle briciole che costui elargisce con sempre più rara frequenza. La frase mai detta è la frase che più spesso andrebbe detta: se vuoi questo risultato a queste condizioni, dimostrami tu che è possibile. Lavora tu al posto mio. Dopo la millesima figuraccia capirai che sei tu a porre condizioni impossibili. Capirai che non siamo noi ad essere incapaci di eseguire, ma sei tu incapace a comandare.
Figuraccia dal cliente anche oggi. Figuraccia multipla. Non va bene niente. Ho fatto quel che potevo, compatibilmente col tempo a mia disposizione. Sapevo che sarebbe finita così. Il capo, tutto speranzoso, sognava ingenuamente di accontentare il cliente con tante parole gentili. Ma le parole gentili non risolvono i problemi creati dall'incapacità di compiere il proprio dovere. Ed io il mio dovere l'ho compiuto, compatibilmente con gli ostacoli che mi sono stati posti da chi non sa compiere il suo dovere. Per comandare bisogna saper obbedire. Per comandare un lavoro bisogna saperlo fare bene e bisogna saper conoscere bene chi lo dovrà eseguire. Ecco perché finisce sempre così: figuracce col cliente. Il cliente non ha neppure tutti i torti. Figuracce.
mercoledì 15 settembre 2010
Quando parliamo, vogliamo essere ascoltati e capiti: è ovvio. Ma spesso non ci rendiamo conto che per essere capiti occorre esprimersi in una maniera adeguata alle capacità, conoscenze, pregiudizi dell'interlocutore (per esempio non si può parlare di signoraggio ad una che lavora in banca). Mi stupisce che le donne (non tutte, ma molte) vogliono essere capite anche quando parlano in modo criptico. Un amico mi diceva che parlano per “sillogismi senza la premessa maggiore”. Il sillogismo è composto da una premessa maggiore e una premessa minore, da cui si trae la conclusione. Quando si tratta di affari di cuore, succede spesso che le donne spesso ti parlano (parlano, parlano, parlano) dandoti solo la premessa minore, come se la maggiore (cioè la più importante) fosse sottintesa e immediatamente comprensibile a chiunque, e si aspettano che tu dia la risposta, la soluzione, conforme a ciò che loro stanno pensando in quel momento. Si tratta di un atteggiamento fastidiosissimo per le persone come me che non sono capaci di dedurre immediatamente ogni “segnale”, ogni “sottinteso”, ogni “ovvietà” (le donne pensano che i loro “segnali” siano sempre chiari e immediatamente comprensibili, pensano che ciò che hanno già in testa sia “sottintendibile” in ogni momento e da chiunque, pensano che ogni cosa che vedono come “ovvia” debba necessariamente essere tale anche per te che le stai ascoltando). Non te lo dicono: devi capire... e se non capisci sei uno stupido, un intollerante, uno che non è capace di ascoltare, uno sporco maschio sciovinista (senza che nessuno sappia cosa significhi “sciovinista”).
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